Si può scrivere un libro su un avvenimento tragico come l’assedio di Leningrado durante la seconda Guerra Mondiale e farlo mescolando la tragedia allo humor? David Benioff con La città dei ladri ci prova sicuramente.
Dopo una breve premessa ambientata ai giorni nostri, che narra la genesi del volume e lascia sottintendere che il libro racconta la storia dei nonni dell’autore, si piomba direttamente in una Leningrado sotto assedio, ormai stremata e alla fame. Il protagonista, il diciasettenne Lev, viene beccato a depredare il cadavere di un tedesco e arrestato. In prigione incontra l’altrettanto giovane Kolya, un disertore, altro personaggio principale del racconto. Il giorno dopo ai due viene proposto un accordo: se troveranno la dozzina di uova necessaria per la torta nuziale della figlia del Generale che controlla la città potranno avere salva la vita.
La città dei ladri racconta proprio il viaggio di Lev e Kolya alla ricerca delle sfuggevoli uova, prima in Città e poi fuori, nella campagna russa coperta di neve. Il loro percorso, gli incontri che fanno, descrivono con precisione la tragedia di una città allo stremo dove, come spesso accade, il meglio e il peggio degli uomini percorrono a braccetto la stessa strada. Alcuni momenti leggeri e divertenti (il Gallo Ciccina!) rendono forse ancora più dolorosi quelli in cui invece si raccontano episodi tragici e crudeli.
Alla serata eravamo presenti in sei: Daniela (che ci ha ospitato nella sua bellissima casa), Marilaura, Rita, Monica, Stefania e la sottoscritta, Cristina. Assente purtroppo Francesca, bloccata a casa da un malanno. Data la mancanza di WiFi, assenti anche MariaGrazia e Cristina (aka Gonza Basta), da Berlino. Un peccato davvero, visto che il libro lo aveva proposto proprio Cristina. La discussione si è svolta davanti a sei belle pizze: causa campionati mondiali di calcio infatti la nostra solita sede era off limits. Il trasferimento però si è rivelato davvero provvidenziale. La casa di Daniela è accogliente, così come i suoi tanti animali: due allegri cagnoloni e cinque gatti giocherelloni. Una volta risolto il problema connessione sarà davvero tutto perfetto.
In generale il libro è piaciuto: unica critica severa da parte di Rita che ha trovato la trama leggera e il libro in alcune parti troppo violento e un poco volgare. Pur concordando (ci sono alcuni episodi davvero cruenti), abbiamo comunque tutte commentato che si tratta di un buon romanzo di formazione, con personaggi simpatici e realistici. Se dovessimo utilizzare un termine attuale questo romanzo potrebbe essere un ottimo Young Adult: forse non lo rileggeremo ma sicuramente potremmo consigliarlo a un pubblico giovane (ohibò, più giovanedi noi, almeno). Di seguito le recensioni rintracciabili su Anobii e Goodreads:
MariaGrazia, 4*:
L'assedio nazista di Stalingrado, ovvero il momento in cui il corso della storia, che sembrava voler consegnare l'Europa al reich millenario, è cambiato.
L'eroismo di quella città martire, dei suoi abitanti indomiti, che ha insegnato di nuovo agli invasori una lezione evidentemente non ben compresa ai tempi di Napoleone. All'interno di questa cornice eroica c'è una storia piccola, per certi versi tragicomica, che mostra come persino all'interno di una città assediata e che muoredi fame c'è chi muore un po' di più e chi un po' di meno. Ed ecco che una improbabile coppia di eroi, un soldato disertore e un ragazzino beccato a saccheggiare un cadavere tedesco, viene mandata in missione per conto di un alto capo del partito, missione assurda e per certi versi un po' ignobile, che però permetterà ai due di mostrare di che pasta sono veramente fatti. Tra tutti i personaggi emerge quello di Kolja, il soldato disertore, un autentico russo come se ne trovano nei romanzi di Tolstoj. Avrebbe meritato cinque stelle, non fosse stato per qualche congiuntivo sbagliato di troppo nella traduzione italiana.
Cristina (aka Gonza Basta) 4*
Questo é veramente un bel libro, peccato perché fino all'ultimo ho sperato nella salvezza di tutti, ma era evidente che la storia aveva altri programmi.
Un ragazzo e un disertore attraversano le linee di assedio a San Pietroburgo (ai tempi Leningrado) per cercare 12 uova che faranno la torta di nozze di un generale russo. Detta cosí non sembra niente di
eccezionale, ma Kolya e Lev sono due di quei personaggi a cui spesso si torna a pensare.
Francesca (aka Cicabuma) 5*
Romanzo perfetto. Mi è piaciuto praticamente tutto: ambientazione,personaggi, storia, stile. Pur nella sua brevità, il romanzo è comunque ricchissimo di avvenimenti e colpi di scena. Inaspettato, sorprendente, avvincente. Era tanto tempo che non leggevo con tanto gusto.
Cristina 4*
In una continua alternanza di commedia e tragedia, il racconto segue la ricerca da parte del protagonista, Lev, e di quello che diventa il suo migliore amico, Kolja, di una dozzina di uova. Sono dodici uova da cui dipende la loro vita e trovarle sembra impossibile, perché siamo a Leningrado durante l'assedio della città da parte dei nazista durante la seconda guerra mondiale.
La scrittura di Benioff è semplice ed essenziale, e il tono allegro e ironico di alcune parti nulla toglie alla tragicità delle altre. Anzi, direi che la prima sottolinea la seconda rendendola ancora più realistica. La paura che permea ogni attimo in una città sotto assedio, la fame, gli espedienti, la solidarietà che tiene in vita la speranza, la crudeltà della guerra e l'orrore in cui si può incappare anche solo aprendo una porta invece di un'altra ci sono tutte,ma ci sono anche attimi in cui la tensione si scioglie e si può divertirsi leggendo dei continui battibecchi tra Lev e Kolja, diversi come il giorno e la notte, ma amici veri, anche se per poco, troppo poco.
Gli incontri si susseguono continui, buoni, cattivi, coraggiosi e vigliacchi, figure tragiche e comiche tutte contribuiscono a fornire il ritratto di Leningrado in cui si vive di terrore, ma non senza speranza nel futuro e in una vittoria contro un nemico che pare invincibile.
Il libro è, secondo me, davvero molto bello, ed ha il pregio di essere breve (forseè una mia impressione, ma ultimamente vedo in giro malloppazzi da cinquecento pagine minimo) e di scorrere veloce, ma di essere tutt'altro che superficiale. Unico appunto, la partita a scacchi che mi pare espediente già usato, e l'eccessiva ripetizione di riferimenti alle attività digestive o alla mancanza di
esse da parte di Kolja. Una, due volte è divertente. Tre è già troppe volte.
Daniela (aka Emilia) ha dato a La città dei ladri 4 stelline. Per
Marilaura e Monica era da 3*, voto di Rita non pervenuto ma credo fosse in negativo ^___^, e
Stefy? Beh, Stefania in altre letture affaccendata si è avvalsa della facoltà di non leggere il libro ma ha giurato e spergiurato che lo farà non appena possibile!
E ora il libro del prossimo mese: Guerreros di William Gibson.
Ci incontreremo martedì 15.07.2014, alle ore 20:00 a casa di Daniela.
Buone letture a tutti!
Cristina
domenica 22 giugno 2014
lunedì 19 maggio 2014
L'ultima madre
Bellissimo Accabadora, davvero un bellissimo romanzo che io mi sento di consigliare a tutti.
La storia è raccontata con stile ed eleganza, i personaggi sono delineati con poche pennellate efficacissime e l'argomento centrale del romanzo, ossia l'eutanasia, per quanto assai difficile e controverso, è affrontato con sensibilità e delicatezza.
Brava Michela Murgia a raccontare una storia quasi senza tempo o sospesa nel tempo.
Ci racconta una Sardegna antica eppure vicina, dove la superstizione e la magia sono ancora presenti e vive, dove la presenza dell'Accabadora incute rispetto e timore allo stesso tempo. L'ultima madre, quella che con un gesto di estrema pietà, ti accompagna dall'altra parte, l'ultima di una lunga serie di madri e di padri che ti accompagnano per tutta la vita!
La brevità del romanzo può essere considerata sia un pregio che un difetto: pregio perchè ne ha certamente esaltato la scorrevolezza, difetto in quanto certe parti, certi rapporti, meritavano sicuramente un approfondimento, come il periodo torinese di Maria. Ho l'impressione che sia un po' buttato li, senza spiegare bene e senza approfondire niente. Un intervallo, un siparietto che nulla da e nulla toglie!
Presenti alla serata, questa volta senza collegamento da Berlino, erano: Cristina, Stefania, Daniela, Marilaura, Rita, Io (Francesca) e per la prima volta Monica.
BENVENUTA MONICAAAAA!!!!
E come sempre vi riporto alcuni commenti lasciati su Anobii.
Cominciamo con il commento di Maria Grazia (OMbraluce):
Nelle comunità vere la venuta al mondo, la vita intera e la morte non sono eventi privati, ma manifestazioni della comunità stessa. La natura intrinseca di queste società è l'essere matriarcali, perché, a dispetto dell'apparente potere degli uomini, sono le donne la vera guida, le madri che accolgono la vita nascente e hanno dentro di sè la forza e la pietà di terminare una vita ormai finita, eppure sospesa per una dimenticanza della morte.
Prima lettura 22.10.2010 (4 stelle)
E adesso il commento di Cristina:
Lo stile di scrittura mi è piaciuto molto. Così come la definizione dei personaggi, efficace e affettuosa. Adoro quando l'autore riesce con poche pennellate a ricreare una vita e in questo romanzo breve, anzi brevissimo, la Murgia ci riesce e bene.
Su tutti ho amato Bonaria Urrai, l'Accabadora, una figura straordinaria di donna consapevole della sua storia e delle sue radici, responsabile e padrona, pure dolorosamente, della propria vita, del proprio ruolo e delle proprie scelte: se la letteratura italiana avesse più protagoniste così sarei una lettrice molto ma molto più felice.
La brevità del racconto consente allo stile (incisivo soprattutto all'inizio, poi un poco si perde) di rimanere piacevole fino alla fine. Certo, la stessa brevità non consente di approfondire alcuni aspetti che se affrontati (e affrontati bene) avrebbero reso questo piccolo libro un capolavoro. Ma forse l'autrice non voleva, o non è stata in grado, di portare il racconto alla sua logica conclusione lasciando al lettore il compito di rimuginare sulle scelte etiche che a Maria, la protagonista, vengono alla fine evitate, per un respiro.
Fosse rimasta in Sardegna la storia sarebbe stata straordinaria, ma ecco il passo falso, la fuga a Torino, la banalità totale degli avvenimenti sul continente, che abbassano il livello del libro a romanzo d'appendice, a storia da Grand Hotel e pure peggio, perchè se Maria si fosse innamorata del padrone di casa la banalità della storia sarebbe stata quasi perdonabile perchè di storie così è stata piena l'Italia delle tate e cameriere emigranti: banale ma vera. No, Maria intreccia una relazione sentimentale con il figlio - sedicenne - dei padroni di casa. E la Murgia, che mi sa che di rosa ne ha letti pure lei - a questo ragazzo non dà solo ormoni impazziti no, lo fornisce di tragico trauma infantile, banalizzando un tema come quello della pedofilia e della violenza sui bambini e riducendolo a mero mezzo narrativo, e neppure affrontato bene.
Per tirare fuori Maria da una situazione difficile ecco la notizia che Tzia Bonaria, l'accabadora, ha avuto un ictus e che per Maria è ora di tornare a casa, a pagare il proprio debito con la madre adottiva.
E finalmente la consapevolezza che davvero "Non dire mai: di quest'acqua io non ne bevo" perchè nella tinozza ti ci potresti trovare ad annegare.
La fine è proprio quella che ti aspetti, di nuovo un poco banale, un poco Grand Hotel, ma almeno il cerchio si chiude. (3 stelle)
E come di consueto vi segnalo il libro scelto per il prossimo incontro:
LA CITTA' DEI LADRI di David Benioff.
Il libro è stato scelto da Cristina, la berlinese, nome anobiiano Gonza!
Ci incontriamo sempre alla Trattoria al Torre (ma forse anche no!!!) MARTEDì 17 GIUGNO.
A tutti voi l'augurio di un mese pieno di bellissime e interessantissime letture.
Francesca
La storia è raccontata con stile ed eleganza, i personaggi sono delineati con poche pennellate efficacissime e l'argomento centrale del romanzo, ossia l'eutanasia, per quanto assai difficile e controverso, è affrontato con sensibilità e delicatezza.
Brava Michela Murgia a raccontare una storia quasi senza tempo o sospesa nel tempo.
Ci racconta una Sardegna antica eppure vicina, dove la superstizione e la magia sono ancora presenti e vive, dove la presenza dell'Accabadora incute rispetto e timore allo stesso tempo. L'ultima madre, quella che con un gesto di estrema pietà, ti accompagna dall'altra parte, l'ultima di una lunga serie di madri e di padri che ti accompagnano per tutta la vita!
La brevità del romanzo può essere considerata sia un pregio che un difetto: pregio perchè ne ha certamente esaltato la scorrevolezza, difetto in quanto certe parti, certi rapporti, meritavano sicuramente un approfondimento, come il periodo torinese di Maria. Ho l'impressione che sia un po' buttato li, senza spiegare bene e senza approfondire niente. Un intervallo, un siparietto che nulla da e nulla toglie!
Presenti alla serata, questa volta senza collegamento da Berlino, erano: Cristina, Stefania, Daniela, Marilaura, Rita, Io (Francesca) e per la prima volta Monica.
BENVENUTA MONICAAAAA!!!!
E come sempre vi riporto alcuni commenti lasciati su Anobii.
Cominciamo con il commento di Maria Grazia (OMbraluce):
Nelle comunità vere la venuta al mondo, la vita intera e la morte non sono eventi privati, ma manifestazioni della comunità stessa. La natura intrinseca di queste società è l'essere matriarcali, perché, a dispetto dell'apparente potere degli uomini, sono le donne la vera guida, le madri che accolgono la vita nascente e hanno dentro di sè la forza e la pietà di terminare una vita ormai finita, eppure sospesa per una dimenticanza della morte.
Prima lettura 22.10.2010 (4 stelle)
E adesso il commento di Cristina:
Lo stile di scrittura mi è piaciuto molto. Così come la definizione dei personaggi, efficace e affettuosa. Adoro quando l'autore riesce con poche pennellate a ricreare una vita e in questo romanzo breve, anzi brevissimo, la Murgia ci riesce e bene.
Su tutti ho amato Bonaria Urrai, l'Accabadora, una figura straordinaria di donna consapevole della sua storia e delle sue radici, responsabile e padrona, pure dolorosamente, della propria vita, del proprio ruolo e delle proprie scelte: se la letteratura italiana avesse più protagoniste così sarei una lettrice molto ma molto più felice.
La brevità del racconto consente allo stile (incisivo soprattutto all'inizio, poi un poco si perde) di rimanere piacevole fino alla fine. Certo, la stessa brevità non consente di approfondire alcuni aspetti che se affrontati (e affrontati bene) avrebbero reso questo piccolo libro un capolavoro. Ma forse l'autrice non voleva, o non è stata in grado, di portare il racconto alla sua logica conclusione lasciando al lettore il compito di rimuginare sulle scelte etiche che a Maria, la protagonista, vengono alla fine evitate, per un respiro.
Fosse rimasta in Sardegna la storia sarebbe stata straordinaria, ma ecco il passo falso, la fuga a Torino, la banalità totale degli avvenimenti sul continente, che abbassano il livello del libro a romanzo d'appendice, a storia da Grand Hotel e pure peggio, perchè se Maria si fosse innamorata del padrone di casa la banalità della storia sarebbe stata quasi perdonabile perchè di storie così è stata piena l'Italia delle tate e cameriere emigranti: banale ma vera. No, Maria intreccia una relazione sentimentale con il figlio - sedicenne - dei padroni di casa. E la Murgia, che mi sa che di rosa ne ha letti pure lei - a questo ragazzo non dà solo ormoni impazziti no, lo fornisce di tragico trauma infantile, banalizzando un tema come quello della pedofilia e della violenza sui bambini e riducendolo a mero mezzo narrativo, e neppure affrontato bene.
Per tirare fuori Maria da una situazione difficile ecco la notizia che Tzia Bonaria, l'accabadora, ha avuto un ictus e che per Maria è ora di tornare a casa, a pagare il proprio debito con la madre adottiva.
E finalmente la consapevolezza che davvero "Non dire mai: di quest'acqua io non ne bevo" perchè nella tinozza ti ci potresti trovare ad annegare.
La fine è proprio quella che ti aspetti, di nuovo un poco banale, un poco Grand Hotel, ma almeno il cerchio si chiude. (3 stelle)
E come di consueto vi segnalo il libro scelto per il prossimo incontro:
LA CITTA' DEI LADRI di David Benioff.
Il libro è stato scelto da Cristina, la berlinese, nome anobiiano Gonza!
Ci incontriamo sempre alla Trattoria al Torre (ma forse anche no!!!) MARTEDì 17 GIUGNO.
A tutti voi l'augurio di un mese pieno di bellissime e interessantissime letture.
Francesca
domenica 27 aprile 2014
Allargare le porte, prego!!!
E chi se lo aspettava che un rosa mi avrebbe sorpreso così tanto? Un rosa datato, oltretutto!
Nonostante stia attraversando un periodo di "non lettura", periodo che per il momento non accenna a scemare, ho letto con piacere questo romanzo.
Presenti in carne ed ossa alla serata: io, Cristina, Stefania e Daniela e da Berlino, collegati via Skype, Maria Grazia e la new entry Cristina.
I problemi di connessione sono stati davvero molti, questa volta. L'audio andava e veniva e l'ascolto è stato davvero difficoltoso.
"Il figlio del diavolo", romanzo di Georgette Heyer, è più un testo teatrale che un romanzo. I dialoghi sono serratissima, le ambientazioni tutte in interni. Ho avuto quasi l'impressione di leggere una moderna sceneggiatura per un film che un romanzo scritto nel 1932.
L'unica cosa che manca, forse, è la storia d'Amore. Al di la del ritmo, dei dialoghi, dei colpi di scena, delle gags dell'inedita coppia comica Duchessa-Zio Rupert, delle rincorse e degli equivoci ciò che non sento è la nascita e la maturazione di una storia romantica.
I protagonisti, inoltre, mi sembrano poco credibili: lui è assolutamente insopportabile (uomo che io eviterei come la peste) mentre lei è scialba e insignificante.
Meno male che i romanzi rosa terminano sempre con un fidanzamento o con un matrimonio, nulla dicendo del dopo. In questo caso credo proprio che la dolce e sbiadita Mary dovrà far allargare tutte le porte della sua futura dimora se vorrà passare. Ma te lo immagini il palco di corna che le farà quel donnaiolo impetinente del bel Dominic?
E adesso un po' di commenti dei partecipanti.
Cominciamo con Cristina, la nostra espertona del genere rosa.
Niente sesso siamo inglesi! Ma quanto siamo romantici!
E che ve sto a dì: uno dei miei libri rosa preferiti di tutti i tempi. Non so se sia il primo, ma Vidal è sicuramente uno dei primi "cattivi ragazzi" della letteratura rosa, tutto ringhi e grosse abbaiate per poi trasformarsi a tempo record in un adorabile cucciolo innamorato nelle mani di Mary, altra epitome dell'eroina classica: non bellissima ma piena di buone qualità e con una capacità sorprendente di prendere decisioni idiote. Come dire, la classica eroina con molti tratti della TSTL (Too stupid to live). La motivazione per cui pensi, razionalmente, di poter sostituire la sorella salvando capra (detta sorella) e cavoli (il proprio e altrui onore, diciamo così) è privo di raziocinio, ma del resto ogni eroica eroina che si rispetti in realtà è una stronza in attesa di colpire basso per avere il proprio eroe nelle proprie grinfie. Persino più stupida la ragione per cui accetta le proposte di nozze del buon Comyn: amo troppo Vidal per rovinarlo costringendolo al matrimonio con me è una ragione dall'idiozia così profonda e totale da essere persino commovente. Eppure l'ironia, l'allegria, il tratto affettuoso con cui la Heyer muove i suoi protagonisti, siano essi principali o comparse, in questa sua piece così teatrale che non riesco a fare a meno di immaginare il sipario che si alza su di loro e il regista che grida: pubblico in sala, sono secondo me impagabili, e hanno conquistato il mio cuore di lettrice ora e per sempre.
Su tutti il personaggio di Rupert, magnificamene spassoso, e la scena in cui il valletto di Vidal fa la disamina di tutti i suoi precedenti datori di lavoro, tutti a suo dire mancanti di qualcosa, da quello con le gambette a stecchino a quello con collo corto e tozzo: mi sono ritrovata spesso a ridacchiare da sola. Profondità pari a zero, ambientazione in una Francia che non c'è, e non c'è mai stata, persino meno approfondita, ma tanto divertimento e tanto romanticismo ne fanno una storiella adorabile e fresca che si legge con piacere ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, il che ci pone di fronte a un dilemma: ma è tanto cambiata la lettrice di rosa? Siamo davvero così poco cambiate in questo periodo? Perché a parte le badilate di sesso ridondante, e qualche frustino e manetta in più, non molto separa Mary e Vidal dai protagonisti di 50 sfumature di Grigio: è sempre la storia di quella insignificante che si piglia il figo riccone. Come dire, se ce l'ha fatta lei!
E qui di seguito il commento di Stefania:
Devo dire che ero parecchio prevenuta: un rosa, ambientato nella frivola società inglese di fine '700, che dicevano in stile Jane Austen era abbastanza per farmi scappare a disintossicarmi con un bel libro di fantascienza stile Asimov. Il fatto che nelle prime 3 pagine si capisse subito chi si sarebbe innamorato di chi a fine libro non mi ha disposta meglio. Pero' non so, sara' stata l'eroina in cui era facile identificarsi (a parte il fatto di essersi innamorata di un viziato aspirante assassino) o il ritmo serrato dell'ultima parte ma mi sono goduta il libro fino in fondo. Scivolatona melensa sul bacio fra i protagonisti ma che ci si puo' fare... sempre un rosa e'.
Ed ecco il libro per il prossimo incontro:
ACCABADORA di Michela Murgia.
Ci vediamo MARTEDI' 13 MAGGIO!!!
BUONE LETTURE
Francesca
Nonostante stia attraversando un periodo di "non lettura", periodo che per il momento non accenna a scemare, ho letto con piacere questo romanzo.
Presenti in carne ed ossa alla serata: io, Cristina, Stefania e Daniela e da Berlino, collegati via Skype, Maria Grazia e la new entry Cristina.
I problemi di connessione sono stati davvero molti, questa volta. L'audio andava e veniva e l'ascolto è stato davvero difficoltoso.
"Il figlio del diavolo", romanzo di Georgette Heyer, è più un testo teatrale che un romanzo. I dialoghi sono serratissima, le ambientazioni tutte in interni. Ho avuto quasi l'impressione di leggere una moderna sceneggiatura per un film che un romanzo scritto nel 1932.
L'unica cosa che manca, forse, è la storia d'Amore. Al di la del ritmo, dei dialoghi, dei colpi di scena, delle gags dell'inedita coppia comica Duchessa-Zio Rupert, delle rincorse e degli equivoci ciò che non sento è la nascita e la maturazione di una storia romantica.
I protagonisti, inoltre, mi sembrano poco credibili: lui è assolutamente insopportabile (uomo che io eviterei come la peste) mentre lei è scialba e insignificante.
Meno male che i romanzi rosa terminano sempre con un fidanzamento o con un matrimonio, nulla dicendo del dopo. In questo caso credo proprio che la dolce e sbiadita Mary dovrà far allargare tutte le porte della sua futura dimora se vorrà passare. Ma te lo immagini il palco di corna che le farà quel donnaiolo impetinente del bel Dominic?
E adesso un po' di commenti dei partecipanti.
Cominciamo con Cristina, la nostra espertona del genere rosa.
Niente sesso siamo inglesi! Ma quanto siamo romantici!
E che ve sto a dì: uno dei miei libri rosa preferiti di tutti i tempi. Non so se sia il primo, ma Vidal è sicuramente uno dei primi "cattivi ragazzi" della letteratura rosa, tutto ringhi e grosse abbaiate per poi trasformarsi a tempo record in un adorabile cucciolo innamorato nelle mani di Mary, altra epitome dell'eroina classica: non bellissima ma piena di buone qualità e con una capacità sorprendente di prendere decisioni idiote. Come dire, la classica eroina con molti tratti della TSTL (Too stupid to live). La motivazione per cui pensi, razionalmente, di poter sostituire la sorella salvando capra (detta sorella) e cavoli (il proprio e altrui onore, diciamo così) è privo di raziocinio, ma del resto ogni eroica eroina che si rispetti in realtà è una stronza in attesa di colpire basso per avere il proprio eroe nelle proprie grinfie. Persino più stupida la ragione per cui accetta le proposte di nozze del buon Comyn: amo troppo Vidal per rovinarlo costringendolo al matrimonio con me è una ragione dall'idiozia così profonda e totale da essere persino commovente. Eppure l'ironia, l'allegria, il tratto affettuoso con cui la Heyer muove i suoi protagonisti, siano essi principali o comparse, in questa sua piece così teatrale che non riesco a fare a meno di immaginare il sipario che si alza su di loro e il regista che grida: pubblico in sala, sono secondo me impagabili, e hanno conquistato il mio cuore di lettrice ora e per sempre.
Su tutti il personaggio di Rupert, magnificamene spassoso, e la scena in cui il valletto di Vidal fa la disamina di tutti i suoi precedenti datori di lavoro, tutti a suo dire mancanti di qualcosa, da quello con le gambette a stecchino a quello con collo corto e tozzo: mi sono ritrovata spesso a ridacchiare da sola. Profondità pari a zero, ambientazione in una Francia che non c'è, e non c'è mai stata, persino meno approfondita, ma tanto divertimento e tanto romanticismo ne fanno una storiella adorabile e fresca che si legge con piacere ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, il che ci pone di fronte a un dilemma: ma è tanto cambiata la lettrice di rosa? Siamo davvero così poco cambiate in questo periodo? Perché a parte le badilate di sesso ridondante, e qualche frustino e manetta in più, non molto separa Mary e Vidal dai protagonisti di 50 sfumature di Grigio: è sempre la storia di quella insignificante che si piglia il figo riccone. Come dire, se ce l'ha fatta lei!
E qui di seguito il commento di Stefania:
Devo dire che ero parecchio prevenuta: un rosa, ambientato nella frivola società inglese di fine '700, che dicevano in stile Jane Austen era abbastanza per farmi scappare a disintossicarmi con un bel libro di fantascienza stile Asimov. Il fatto che nelle prime 3 pagine si capisse subito chi si sarebbe innamorato di chi a fine libro non mi ha disposta meglio. Pero' non so, sara' stata l'eroina in cui era facile identificarsi (a parte il fatto di essersi innamorata di un viziato aspirante assassino) o il ritmo serrato dell'ultima parte ma mi sono goduta il libro fino in fondo. Scivolatona melensa sul bacio fra i protagonisti ma che ci si puo' fare... sempre un rosa e'.
Ed ecco il libro per il prossimo incontro:
ACCABADORA di Michela Murgia.
Ci vediamo MARTEDI' 13 MAGGIO!!!
BUONE LETTURE
Francesca
domenica 16 marzo 2014
La Società della Torta di Patate
Guernsey è il nome di un'isola del Canale della Manica, un'isola inglese che durante la Seconda Guerra Mondiale è stata occupata dai tedeschi, così come tutte le altre isole al largo della costa francese. Confesso, non lo sapevo! Credevo che il territorio inglese fosse rimasto assolutamente inviolato dall'esercito del Terzo Reich!
Gli abitanti dell'isola sono rimasti sotto il controllo nazista per ben cinque anni, durante i quali hanno dovuto sopportare controlli, coprifuoco, deportazioni e verso la fine del conflitto, anche fame e stenti.
"La Società Letteraria di Guernsey" è un romanzo epistolare, delizioso, ironico e divertente che racconta la storia di un gruppo di persone di Guernsey che, per giustificare una uscita oltre l'orario del coprifuoco, si inventa una fantomatica Società Letteraria quando invece si erano incontrati per mangiarsi un maiale arrosto assolutamente vietato dalle autorità tedesche!
Nata come scusa, la Società letteraria diventa poi una realtà, essendo costretti a reggere il gioco.
Vi partecipano personaggi anche improbabili, persone che in vita loro non avevano mai letto un libro, a parte forse i manuali di orticoltura o allevamento di pecore! E Marilaura, giustamente, ha sollevato un dubbio: come è possibile che una persona che non ha mai letto nulla in vita sua, possa poi di punto in bianco leggere Ovidio e innamorarsene a tal punto da non voler leggere null'altro?
Attraverso una serie di lettere e telegrammi, a volte anche assai divertenti, si affrontano temi difficili e storie di dolore (come quella dell'eroica Elisabeth, forse la vera protagonista della storia).
Unico romanzo di Mary Ann Shaffer, ha sicuramente il merito di saper affrontare con leggerezza ed eleganza, temi assai dolorosi della nostra storia recente.
Presenti alla serata: Cristina, Daniela, Stefania, Marilaura e Francesca. Collegata via Skype da Berlino, Maria Grazia.
Vi trascrivo i commenti che alcuni dei partecipanti alla serata hanno scritto su Anobii.
Cominciamo con il commento dell' ipercritica Cristina (ma non ti va mai bene niente?????)
Sono perplessa.
Prossimo appuntamento: MARTEDI' 8 APRILE, presso la Trattoria al Torre di Via Cividale, alle ore 20.00.
A presto
Francesca
Gli abitanti dell'isola sono rimasti sotto il controllo nazista per ben cinque anni, durante i quali hanno dovuto sopportare controlli, coprifuoco, deportazioni e verso la fine del conflitto, anche fame e stenti.
"La Società Letteraria di Guernsey" è un romanzo epistolare, delizioso, ironico e divertente che racconta la storia di un gruppo di persone di Guernsey che, per giustificare una uscita oltre l'orario del coprifuoco, si inventa una fantomatica Società Letteraria quando invece si erano incontrati per mangiarsi un maiale arrosto assolutamente vietato dalle autorità tedesche!
Nata come scusa, la Società letteraria diventa poi una realtà, essendo costretti a reggere il gioco.
Vi partecipano personaggi anche improbabili, persone che in vita loro non avevano mai letto un libro, a parte forse i manuali di orticoltura o allevamento di pecore! E Marilaura, giustamente, ha sollevato un dubbio: come è possibile che una persona che non ha mai letto nulla in vita sua, possa poi di punto in bianco leggere Ovidio e innamorarsene a tal punto da non voler leggere null'altro?
Attraverso una serie di lettere e telegrammi, a volte anche assai divertenti, si affrontano temi difficili e storie di dolore (come quella dell'eroica Elisabeth, forse la vera protagonista della storia).
Unico romanzo di Mary Ann Shaffer, ha sicuramente il merito di saper affrontare con leggerezza ed eleganza, temi assai dolorosi della nostra storia recente.
Presenti alla serata: Cristina, Daniela, Stefania, Marilaura e Francesca. Collegata via Skype da Berlino, Maria Grazia.
Vi trascrivo i commenti che alcuni dei partecipanti alla serata hanno scritto su Anobii.
Cominciamo con il commento dell' ipercritica Cristina (ma non ti va mai bene niente?????)
Sono perplessa.
Carino è carino, sia chiaro: pieno di
buoni sentimenti (e anche di qualcuno cattivo), di storie edificanti, a
volte anche divertente nonostante descriva un periodo, il poste WWII,
per nulla facile o piacevole. I particolari agghiaccianti della
dominazione nazista sulle isole del Canale non sono lesinati nè
nascosti, e c'è anche un tentativo di non prendere posizione (non tutti i
tedeschi sono cattivi, non tutti gli inglesi sono buoni) pur nella
descrizione della devastazione che è seguita al secondo conflitto
mondiale.
Tuttavia secondo me sul suo tentativo "resta corto". Non so, mi sembra che manchi l'obiettivo principale, che non approfondisca mai, che nonostante tutti gli sforzi resti sempre e comunque una graziosa favoletta epistolare, ma senza sostanza.
(DUE STELLE)
Più positivo il commento di Stefania:
Si tratta di un romanzo epistolare in parte ambientato a Guernsey, un'isoletta nel canale della Manica vicina alla Normandia ma che fa capo alla Gran Bretagna. Durante la seconda guerra mondiale fu occupata dai nazisti. Il romanzo intreccia la storia di una giovane scrittrice, donna indipendente e appassionata di libri, con quella degli abitanti dell'isola e la loro società letteraria. La società letteraria "torta di patate" è nata per caso, come scusa presso i nazisti per aver violato il coprifuoco, ma diventa per tutti uno spunto per un'importante crescita spirituale. Mi spiace non poter leggere altro di Mary Ann Shaffer, perché quest'autrice mi piace ed è bello l'amore per i libri e la cultura che traspare da queste pagine. Purtroppo è il suo unico libro, finito tra l'altro da una nipote per una grave malattia dell'autrice, morta poco tempo dopo. (QUATTRO STELLE)
Non ho trovato su Anobii il commento di Maria Grazia, ma immagino che tra trasferimento, ricerca della casa, trasloco e altro abbia avuto poco tempo per lasciare i commenti dei libri letti!
Infine, ecco il libro estratto per la prossima volta:
IL FIGLIO DEL DIAVOLO di Georgette Heyer.
Un romanzo rosa da chi poteva essere proposto se non dalla nostra Cristina?
Tuttavia secondo me sul suo tentativo "resta corto". Non so, mi sembra che manchi l'obiettivo principale, che non approfondisca mai, che nonostante tutti gli sforzi resti sempre e comunque una graziosa favoletta epistolare, ma senza sostanza.
(DUE STELLE)
Più positivo il commento di Stefania:
Si tratta di un romanzo epistolare in parte ambientato a Guernsey, un'isoletta nel canale della Manica vicina alla Normandia ma che fa capo alla Gran Bretagna. Durante la seconda guerra mondiale fu occupata dai nazisti. Il romanzo intreccia la storia di una giovane scrittrice, donna indipendente e appassionata di libri, con quella degli abitanti dell'isola e la loro società letteraria. La società letteraria "torta di patate" è nata per caso, come scusa presso i nazisti per aver violato il coprifuoco, ma diventa per tutti uno spunto per un'importante crescita spirituale. Mi spiace non poter leggere altro di Mary Ann Shaffer, perché quest'autrice mi piace ed è bello l'amore per i libri e la cultura che traspare da queste pagine. Purtroppo è il suo unico libro, finito tra l'altro da una nipote per una grave malattia dell'autrice, morta poco tempo dopo. (QUATTRO STELLE)
Non ho trovato su Anobii il commento di Maria Grazia, ma immagino che tra trasferimento, ricerca della casa, trasloco e altro abbia avuto poco tempo per lasciare i commenti dei libri letti!
Infine, ecco il libro estratto per la prossima volta:
IL FIGLIO DEL DIAVOLO di Georgette Heyer.
Un romanzo rosa da chi poteva essere proposto se non dalla nostra Cristina?
Prossimo appuntamento: MARTEDI' 8 APRILE, presso la Trattoria al Torre di Via Cividale, alle ore 20.00.
A presto
Francesca
domenica 9 febbraio 2014
La casa dei quattro venti
Chiedo venia per il ritardo con cui pubblico questo post, ma quella appena trascorsa è stata una settimana faticosa e impegnativa e non sono riuscita prima di adesso ad avere il tempo e la concentrazione necessarie per scrivere questo articolo.
Oltretutto, visto che a casa mia la connessione a Internet avviene attraverso la chiavetta, me la devo contendere con mia figlia e mio figlio, entrambi adolescenti e quindi vi lascio immaginare la fatica che faccio per conquistarla per poche ore!!!
Comunque, tralasciando le mie vicissitudini da povera navigatrice del web, passiamo al resoconto della serata del 4 febbraio.
Mi sono ricordata di portare le casse del computer, quindi l'audio del collegamento con Berlino era abbastanza buono. L'unico inconveniente è stato il segnale, che andava e veniva.
Sentire la voce di Maria Grazia è stato strano. Sarà che non sono abituata a Skype ma ho trovato la cosa abbastanza surreale e certo non agevole.
Se si potesse trovare un posto più silenzioso... Non rinuncio all'idea di trovare un locale con connessione internet che abbia una saletta appartata solo per noi.
Presenti alla serata: Cristina, Daniela, Stefania, Marilaura, Rita, Francesca e collegata via Skype Maria Grazia.
Al gruppo si sono unite altre due persone, Chiara e Cristina, lettrici onnivore semprer da Berlino, ma non abbiamo avuto il piacere di sentire le loro voci perchè quella sera avevano altri impegni. Speriamo per laprossima volta.
Ma passiamo al libro: La casa dei quattro venti di Elif Shafak.
Intanto qualche notizia biografica sull'autrice.
Elif Shafak nasce a Strasburgo nel 1971 e vive la sua gioventù in Spagna prima di far rientro presso la famiglia natale in Turchia, dove diventa un’apprezzata accademica e una brillante scrittrice. Appassionata, sensibile, anticonformista, è sposata con un impegnato giornalista turco, dal quale è spesso costretta a vivere lontana, insegnando storia mediorientale all'Università di Tucson, in Arizona, mentre il marito lavora a Istanbul come caporedattore del quotidiano economico Referens.
Elif è una donna coraggiosa e ottimista, che ha dovuto affrontare un duro processo con la richiesta di una condanna a tre anni di prigione per aver "offeso il buon nome della Turchia", accusa giudiziaria che ha accomunato decine di intellettuali, a cominciare dal premio Nobel Orhan Pamuk, tutti minacciati di morte dagli estremisti nazionalisti.
L’oltraggio di Elif è quello di aver scritto un romanzo, La bastarda di Istanbul, che narra la storia struggente di due famiglie parallele: da una parte i nipoti di sopravvissuti al genocidio degli armeni, perpetrato dai nazionalisti turchi negli anni della Prima Guerra Mondiale; dall'altra il tentativo di cancellare, anche fra le mura domestiche, qualsiasi traccia di quel massacro, persino del suo semplice dubbio. Nell'inarrestabile infarto emotivo, si fa strada il desiderio di conoscere la verità, qualunque essa sia.
Amica di Pamuk e dello scrittore turco-armeno Hrant Dink, assassinato a Istanbul nel gennaio 2007, Elif rimane in prima fila nel chiedere l'abolizione del famigerato art. 301 del codice penale turco, che impedisce la libertà di espressione in Turchia. In compenso il suo romanzo, elogiato dalla stampa e dagli altri mass media del Paese, ha venduto in pochi mesi cinquantamila copie.
Il romanzo che abbiamo letto insieme tutto sommato è piaciuto.
Lo stile asciutto, scorrevole, semplice rende il testo assai piacevole da leggere e la storia narrata è indubbiamente interessante anche se presenta alcune ingenuità, alcuni personaggi che sono stereotipi, alcune circostanze che ne fanno quasi una storia fiabesca.
Honour è il titolo originale del romanzo e infatti la parola Onore ricorre in continuazione. Ma quale Onore? Quello imposto da una tradizione maschilista e distorta o quello dettato dai sentimenti, dal nostro dovere di essere felici? La risposta è ovvia!
Ma vi riporto i commenti che abbiamo scritto su Anobii, sicuramente più eloquenti di quello che posso scrivere io sola su questo romanzo che, tutto sommato, non mi ha lasciato niente se non un'immensa tristezza.
Commento di Maria Grazia
Passo da anni molto del mio tempo a chiedermi perché per la maggior parte degli uomini, intere culture e molti che di quelle culture non fanno parte, la capacità di camminare a testa alta non risieda in se stessi ma nel vessare le proprie donne imponendo loro codici di comportamento degradanti. Come se, data per assodata la propria inferiorità spirituale, potessero sopravvivere solo imponendo alle donne una ancora maggiore inferiorità, spirituale e fisica.
D'altra parte gli uomini sono figli delle donne, che quindi non sono esenti da colpe, soprattutto quando invece di sollevarsi a vicenda diventano complici della perversione maschile e privano altre donne della loro crescita spirituale, della felicità, e in fin dei conti della vita.
Questo scontro tra sessi, più che tra culture, è a parer mio la linea conduttrice di questo libro, che per altri versi contiene un certo numero di stereotipi (le gemelle, il carcerato maestro di vita, la ballerina russa, e via steretipando).
Commento di Stefania
mi e' piaciuto... abbastanza. Direi tre stelle e mezzo. Segue la moda degli ultimi romanzi: scrivo un pezzo dal punto di vista di un personaggio, ti mollo sul più bello, passo a un altro personaggio, anche li' ti mollo, passo a un altro ancora... non so: iniziano a sembrarmi fatti tutti con lo stampino! A tratti e bello, a tratti e' un po' scontato. Abbastanza improbabile il pezzo in cui la gemella "a rovescio" viene in visita in Inghilterra giusto in tempo per farsi ammazzare dal nipote... che la ammazza proprio perché essendo a rovescio ha il cuore dalla parte sbagliata. Bella e poetica la storia dell'ultimo figlio innamorato dei punk. Si intravede il problema del gap generazionale dei figli degli immigrati, ma sarebbe interessante svilupparlo di piu' soprattutto con la figura della figlia.
Commento di Cristina
La versione inglese si intitola Honour (o Iskender, l'ho trovato anche così). Mi chiedo che cosa nel titolo originale andasse storto ai fini pensatori della casa editrice, forse che colpiva un pochino troppo vicino a casa?
E per finire il mio commento
Nella scelta delle stelline sono rimasta a lungo indecisa se darne tre o quattro. Un bel romanzo è un'altra cosa, ma non è nemmeno "così così"! Alla fine ho optato per quattro, ma con riserva.
Il romanzo è scorrevole e ben scritto ma la storia non mi ha sorpreso. A metà libro avevo già intuito quasi tutto.
E' un romanzo triste, dove mai o quasi mai vengono citate le parole felicità, amore e realizzazione, ma sempre la parola "onore".
Parliamo ancora di donne, donne che non possono nemmeno sognare perchè anche i sogni sono peccaminosi. Gli uomini fanno invece quello che vogliono, per loro l'onore non conta? Possono abbandonare la famiglia per una ballerina bulgara che si fa passare per russa, possono mettere incinta una ragazzina di 16 anni e gironzolare per la città con una gang di adolescenti, anche da bambini possono frequentare chi gli pare e come gli pare. Per loro la parola onore ha un altro significato.
E' la storia del desiderio di integrarsi che si scontra con la propria cultura e le donne, che avrebbero maggiore tolleranza e maggiore pazienza per poterlo fare e insegnarlo ai loro figli, sono costrette ad una vita a metà, spesso non imparano nemmeno la lingua del paese che le accoglie. Vivono una vita ai margini, non sono ne' di qua e ne' di la!
Romanzo triste ma che si apre ad una speranza, ad un riscatto anche se poco convincente.
Al termine della discussione abbiamo estratto il libro per la prossima volta.
Avevo da pochissime ore inserito nella borsettina i titoli scelti dalle nuove amiche del gruppo, Chiara e Cristina, ed ecco che proprio un romanzo proposto da una di loro, Chiara, viene estratto.
LA SOCIETA' LETTERARIA DI GUERNSEY di Mary Ann Shaffer.
Il prossimo incontro è fissato per MARTEDI' 11 MARZO, alle ore 20.00, sempre presso la Trattoria al Torre di Via Cividale.
A presto e buona lettura a tutti
Francesca
Oltretutto, visto che a casa mia la connessione a Internet avviene attraverso la chiavetta, me la devo contendere con mia figlia e mio figlio, entrambi adolescenti e quindi vi lascio immaginare la fatica che faccio per conquistarla per poche ore!!!
Comunque, tralasciando le mie vicissitudini da povera navigatrice del web, passiamo al resoconto della serata del 4 febbraio.
Mi sono ricordata di portare le casse del computer, quindi l'audio del collegamento con Berlino era abbastanza buono. L'unico inconveniente è stato il segnale, che andava e veniva.
Sentire la voce di Maria Grazia è stato strano. Sarà che non sono abituata a Skype ma ho trovato la cosa abbastanza surreale e certo non agevole.
Se si potesse trovare un posto più silenzioso... Non rinuncio all'idea di trovare un locale con connessione internet che abbia una saletta appartata solo per noi.
Presenti alla serata: Cristina, Daniela, Stefania, Marilaura, Rita, Francesca e collegata via Skype Maria Grazia.
Al gruppo si sono unite altre due persone, Chiara e Cristina, lettrici onnivore semprer da Berlino, ma non abbiamo avuto il piacere di sentire le loro voci perchè quella sera avevano altri impegni. Speriamo per laprossima volta.
Ma passiamo al libro: La casa dei quattro venti di Elif Shafak.
Intanto qualche notizia biografica sull'autrice.
Elif Shafak nasce a Strasburgo nel 1971 e vive la sua gioventù in Spagna prima di far rientro presso la famiglia natale in Turchia, dove diventa un’apprezzata accademica e una brillante scrittrice. Appassionata, sensibile, anticonformista, è sposata con un impegnato giornalista turco, dal quale è spesso costretta a vivere lontana, insegnando storia mediorientale all'Università di Tucson, in Arizona, mentre il marito lavora a Istanbul come caporedattore del quotidiano economico Referens.
Elif è una donna coraggiosa e ottimista, che ha dovuto affrontare un duro processo con la richiesta di una condanna a tre anni di prigione per aver "offeso il buon nome della Turchia", accusa giudiziaria che ha accomunato decine di intellettuali, a cominciare dal premio Nobel Orhan Pamuk, tutti minacciati di morte dagli estremisti nazionalisti.
L’oltraggio di Elif è quello di aver scritto un romanzo, La bastarda di Istanbul, che narra la storia struggente di due famiglie parallele: da una parte i nipoti di sopravvissuti al genocidio degli armeni, perpetrato dai nazionalisti turchi negli anni della Prima Guerra Mondiale; dall'altra il tentativo di cancellare, anche fra le mura domestiche, qualsiasi traccia di quel massacro, persino del suo semplice dubbio. Nell'inarrestabile infarto emotivo, si fa strada il desiderio di conoscere la verità, qualunque essa sia.
Amica di Pamuk e dello scrittore turco-armeno Hrant Dink, assassinato a Istanbul nel gennaio 2007, Elif rimane in prima fila nel chiedere l'abolizione del famigerato art. 301 del codice penale turco, che impedisce la libertà di espressione in Turchia. In compenso il suo romanzo, elogiato dalla stampa e dagli altri mass media del Paese, ha venduto in pochi mesi cinquantamila copie.
Il romanzo che abbiamo letto insieme tutto sommato è piaciuto.
Lo stile asciutto, scorrevole, semplice rende il testo assai piacevole da leggere e la storia narrata è indubbiamente interessante anche se presenta alcune ingenuità, alcuni personaggi che sono stereotipi, alcune circostanze che ne fanno quasi una storia fiabesca.
Honour è il titolo originale del romanzo e infatti la parola Onore ricorre in continuazione. Ma quale Onore? Quello imposto da una tradizione maschilista e distorta o quello dettato dai sentimenti, dal nostro dovere di essere felici? La risposta è ovvia!
Ma vi riporto i commenti che abbiamo scritto su Anobii, sicuramente più eloquenti di quello che posso scrivere io sola su questo romanzo che, tutto sommato, non mi ha lasciato niente se non un'immensa tristezza.
Commento di Maria Grazia
Passo da anni molto del mio tempo a chiedermi perché per la maggior parte degli uomini, intere culture e molti che di quelle culture non fanno parte, la capacità di camminare a testa alta non risieda in se stessi ma nel vessare le proprie donne imponendo loro codici di comportamento degradanti. Come se, data per assodata la propria inferiorità spirituale, potessero sopravvivere solo imponendo alle donne una ancora maggiore inferiorità, spirituale e fisica.
D'altra parte gli uomini sono figli delle donne, che quindi non sono esenti da colpe, soprattutto quando invece di sollevarsi a vicenda diventano complici della perversione maschile e privano altre donne della loro crescita spirituale, della felicità, e in fin dei conti della vita.
Questo scontro tra sessi, più che tra culture, è a parer mio la linea conduttrice di questo libro, che per altri versi contiene un certo numero di stereotipi (le gemelle, il carcerato maestro di vita, la ballerina russa, e via steretipando).
Commento di Stefania
mi e' piaciuto... abbastanza. Direi tre stelle e mezzo. Segue la moda degli ultimi romanzi: scrivo un pezzo dal punto di vista di un personaggio, ti mollo sul più bello, passo a un altro personaggio, anche li' ti mollo, passo a un altro ancora... non so: iniziano a sembrarmi fatti tutti con lo stampino! A tratti e bello, a tratti e' un po' scontato. Abbastanza improbabile il pezzo in cui la gemella "a rovescio" viene in visita in Inghilterra giusto in tempo per farsi ammazzare dal nipote... che la ammazza proprio perché essendo a rovescio ha il cuore dalla parte sbagliata. Bella e poetica la storia dell'ultimo figlio innamorato dei punk. Si intravede il problema del gap generazionale dei figli degli immigrati, ma sarebbe interessante svilupparlo di piu' soprattutto con la figura della figlia.
Commento di Cristina
La versione inglese si intitola Honour (o Iskender, l'ho trovato anche così). Mi chiedo che cosa nel titolo originale andasse storto ai fini pensatori della casa editrice, forse che colpiva un pochino troppo vicino a casa?
Comunque sia (e considerato che di simili misteri
pullula l'editoria italiana) inutile a starci a pensare sopra: è un bel
libro. Se qualcuno fosse interessato è facilmente leggibile anche in
inglese, cosa che ho fatto in parallelo. La narrazione non è cronologica
e ci sono molti spostamenti di tempo e di luogo, il che rende meno
agevole ma non meno piacevole la lettura. Certo alcune storie hanno il
loro epilogo ben dopo che sono iniziate nel testo, ma tutte hanno una
loro conclusione anche se purtroppo spesso tragica, soprattutto per le
donne.
La storia segue il percorso di vita di due gemelle apparentemente identiche Jamila e Pembe, e quella dei tre figli di Pembe, ormai immigrata in Inghilterra negli anni 70.
Apparentemente una storia familiare, di fatto il racconto parla di destino, di emigrazione e di integrazione (mancata). Ci parla anche e soprattutto di donne: Jamila, Pembe, Esma, Tobiko, Katie, sono tutte uno spicchio della realtà femminile del periodo, tra tradizione e rivendicazioni, tra amore e dovere, tra destino e sacrificio.
La storia ci pone di fronte a una serie di dilemmi culturali e etici, per molti aspetti estremamente attuali (per noi italiani, almeno, che ora come ora ci troviamo dall'altra parte della barricata culturale), ovvero se sia possibile sfuggire alle proprie tradizioni pur vivendo in paesi stranieri, essendo cresciuti in un paese che per cultura, usi, costumi è lontano anni luce da quello in cui sono nati i tuoi genitori; Quanto è giusto (o no), abbandonare quello che si era e sacrificare la propria cultura alla necessità di adeguarsi, ammesso sia possibile farlo? E dall'altro lato, quanto è possibile accogliere una diversa cultura, adattarsi a essa, senza perdercisi?
Nel libro (che pure mantiene un punto di vista che almeno secondo me resta abbastanza esterno alla narrazione ed è quindi, per quanto possibile, imparziale) la risposta è no, non si può sfuggire alla propria cultura, alle proprie radici. Non ci riesce Pembe, non ci riesce Jamila, incolpevole vittima sacrificale, non ci riesce Iskender, non ci riesce quasi nessuno dei vari personaggi, in alcuni casi perchè non vogliono, in altri perchè non possono. Con i tragici risultati che ne conseguono, magari non voluti, magari esasperati, ma che nessuno riesce (o vuole veramente) evitare.
Un bel libro, dicevo, ma ha almeno due cose che non mi sono piaciute:
Lo scambio delle gemelle e il compagno di cella zen di Iskender mi sanno molto di soap opera, sono quasi banali in un libro che banale non è.
Quasi tutti i personaggi maschili di origine mediorientale fanno schifo: Sono maschilisti, sciovinisti, traditori, violenti, chi più ne ha più ne metta, in una divisione manichea da cui si salvano in pochissimi, di fatto solo quelli che si sono integrati. Tanto per dire, persino quelli che si incontrano per caso per strada hanno cattive intenzioni e sono brutti sporchi e cattivi.
Del resto il poco amore dell'autrice per i suoi uomini si vede nel trattamento finale riservato a Iskender. Gli viene negata la possibilità di chiedere perdono alla madre, che muore "per la seconda volta" proprio a ridosso del suo rilascio.
Ennesima crudele svolta di un destino che si è fatto beffa spesso e volentieri dei personaggi di questa storia.
La storia segue il percorso di vita di due gemelle apparentemente identiche Jamila e Pembe, e quella dei tre figli di Pembe, ormai immigrata in Inghilterra negli anni 70.
Apparentemente una storia familiare, di fatto il racconto parla di destino, di emigrazione e di integrazione (mancata). Ci parla anche e soprattutto di donne: Jamila, Pembe, Esma, Tobiko, Katie, sono tutte uno spicchio della realtà femminile del periodo, tra tradizione e rivendicazioni, tra amore e dovere, tra destino e sacrificio.
La storia ci pone di fronte a una serie di dilemmi culturali e etici, per molti aspetti estremamente attuali (per noi italiani, almeno, che ora come ora ci troviamo dall'altra parte della barricata culturale), ovvero se sia possibile sfuggire alle proprie tradizioni pur vivendo in paesi stranieri, essendo cresciuti in un paese che per cultura, usi, costumi è lontano anni luce da quello in cui sono nati i tuoi genitori; Quanto è giusto (o no), abbandonare quello che si era e sacrificare la propria cultura alla necessità di adeguarsi, ammesso sia possibile farlo? E dall'altro lato, quanto è possibile accogliere una diversa cultura, adattarsi a essa, senza perdercisi?
Nel libro (che pure mantiene un punto di vista che almeno secondo me resta abbastanza esterno alla narrazione ed è quindi, per quanto possibile, imparziale) la risposta è no, non si può sfuggire alla propria cultura, alle proprie radici. Non ci riesce Pembe, non ci riesce Jamila, incolpevole vittima sacrificale, non ci riesce Iskender, non ci riesce quasi nessuno dei vari personaggi, in alcuni casi perchè non vogliono, in altri perchè non possono. Con i tragici risultati che ne conseguono, magari non voluti, magari esasperati, ma che nessuno riesce (o vuole veramente) evitare.
Un bel libro, dicevo, ma ha almeno due cose che non mi sono piaciute:
Lo scambio delle gemelle e il compagno di cella zen di Iskender mi sanno molto di soap opera, sono quasi banali in un libro che banale non è.
Quasi tutti i personaggi maschili di origine mediorientale fanno schifo: Sono maschilisti, sciovinisti, traditori, violenti, chi più ne ha più ne metta, in una divisione manichea da cui si salvano in pochissimi, di fatto solo quelli che si sono integrati. Tanto per dire, persino quelli che si incontrano per caso per strada hanno cattive intenzioni e sono brutti sporchi e cattivi.
Del resto il poco amore dell'autrice per i suoi uomini si vede nel trattamento finale riservato a Iskender. Gli viene negata la possibilità di chiedere perdono alla madre, che muore "per la seconda volta" proprio a ridosso del suo rilascio.
Ennesima crudele svolta di un destino che si è fatto beffa spesso e volentieri dei personaggi di questa storia.
E per finire il mio commento
Nella scelta delle stelline sono rimasta a lungo indecisa se darne tre o quattro. Un bel romanzo è un'altra cosa, ma non è nemmeno "così così"! Alla fine ho optato per quattro, ma con riserva.
Il romanzo è scorrevole e ben scritto ma la storia non mi ha sorpreso. A metà libro avevo già intuito quasi tutto.
E' un romanzo triste, dove mai o quasi mai vengono citate le parole felicità, amore e realizzazione, ma sempre la parola "onore".
Parliamo ancora di donne, donne che non possono nemmeno sognare perchè anche i sogni sono peccaminosi. Gli uomini fanno invece quello che vogliono, per loro l'onore non conta? Possono abbandonare la famiglia per una ballerina bulgara che si fa passare per russa, possono mettere incinta una ragazzina di 16 anni e gironzolare per la città con una gang di adolescenti, anche da bambini possono frequentare chi gli pare e come gli pare. Per loro la parola onore ha un altro significato.
E' la storia del desiderio di integrarsi che si scontra con la propria cultura e le donne, che avrebbero maggiore tolleranza e maggiore pazienza per poterlo fare e insegnarlo ai loro figli, sono costrette ad una vita a metà, spesso non imparano nemmeno la lingua del paese che le accoglie. Vivono una vita ai margini, non sono ne' di qua e ne' di la!
Romanzo triste ma che si apre ad una speranza, ad un riscatto anche se poco convincente.
Al termine della discussione abbiamo estratto il libro per la prossima volta.
Avevo da pochissime ore inserito nella borsettina i titoli scelti dalle nuove amiche del gruppo, Chiara e Cristina, ed ecco che proprio un romanzo proposto da una di loro, Chiara, viene estratto.
LA SOCIETA' LETTERARIA DI GUERNSEY di Mary Ann Shaffer.
Il prossimo incontro è fissato per MARTEDI' 11 MARZO, alle ore 20.00, sempre presso la Trattoria al Torre di Via Cividale.
A presto e buona lettura a tutti
Francesca
giovedì 16 gennaio 2014
Troppo nero, troppo bianco
L'altalenarsi climatico di questo inizio 2014 comincia a mietere vittime, così alla
prima riunione di questo 2014 Francesca non è potuta venire.
Ecco quindi che il primo resoconto dell'anno arriva dritto dritto dalla tastiera di
Cristina.
Spero di cavarmela con l'onore delle armi, anche se ammetto che questo tipo di
interventi non il mio forte.
Cosa volete, per deformazione professionale mi viene da iniziare così:
alla riunione di martedì 14 gennaio 2014, ore 20.00, erano presenti i sigg.ri
Stefania (SteGent), Cristina, Marilaura, Rita, Daniela (emilia), Dino (Khatun) e il
giovanissimo Matteo, figlio di Dino. Assente giustificata: Francesca (Cicabuma).
Presente via skype Maria Grazia (Ombraluce), da Berlino.
La riunione è stata indetta per discutere del libro del mese: CATE, IO di tal Matteo
Cellini. Dell'autore si sa solo che è nato nel 1978 e che il libro è la sua opera
prima. A nessuno di noi è venuto in mente di cercare ulteriori informazioni
sull'autore, e se tanto mi da tanto mi sa che questo è un indizio piuttosto
importante di quello che è stato il nostro giudizio complessivo del libro.
prima riunione di questo 2014 Francesca non è potuta venire.
Ecco quindi che il primo resoconto dell'anno arriva dritto dritto dalla tastiera di
Cristina.
Spero di cavarmela con l'onore delle armi, anche se ammetto che questo tipo di
interventi non il mio forte.
Cosa volete, per deformazione professionale mi viene da iniziare così:
alla riunione di martedì 14 gennaio 2014, ore 20.00, erano presenti i sigg.ri
Stefania (SteGent), Cristina, Marilaura, Rita, Daniela (emilia), Dino (Khatun) e il
giovanissimo Matteo, figlio di Dino. Assente giustificata: Francesca (Cicabuma).
Presente via skype Maria Grazia (Ombraluce), da Berlino.
La riunione è stata indetta per discutere del libro del mese: CATE, IO di tal Matteo
Cellini. Dell'autore si sa solo che è nato nel 1978 e che il libro è la sua opera
prima. A nessuno di noi è venuto in mente di cercare ulteriori informazioni
sull'autore, e se tanto mi da tanto mi sa che questo è un indizio piuttosto
importante di quello che è stato il nostro giudizio complessivo del libro.
Il libro, narrato in prima persona, è il racconto di un breve ma significativo
periodo della vita di Caterina, una diciasettenne obesa e complessata.
Cate è nata in una famiglia di obesi: lo sono il padre, la madre ed entrambi i fratelli. Tutti
tranne la nonna.
Pur avendo una famiglia affettuosa e unita Cate soffre moltissimo della sua
condizione che la porta a considerarsi una non-persona, quindi inferiore rispetto
a tutti gli altri, che invece sono persone a pieno titolo. Per sopravvivere si
ammanta di una corazza che la isola dal mondo, ma che non la protegge affatto.
Unico vero rapporto di Cate quello con la sua insegnante, ma il tradimento di
questa porta Cate a compiere un gesto estremo, che le cambia la vita.
Il giudizio sul libro è stato più o meno unanime, con solo un paio di eccezioni per
quanto riguarda lo stile dell'autore, che a me è piaciuto mentre non è piaciuto
per nulla a Marilaura e Daniela (e nemmeno a Francesca, vedasi la sua
recensione). A fare una media dei giudizi espressi il libro si aggiudica 3, massimo
3 stelline e mezza, il che lo porta ad essere abbastanza carino ma certo non
memorabile. La critica principale (a parte lo stile di cui sopra) è stata rivolta alla
divisione manichea tra il prima e il dopo il gesto di Cate: tanto il racconto è
negativo prima, tanto è positivo dopo, con una virata buonista che non è
credibile in quanto non basata su una crescita del personaggio. Realisticamente
un cambiamento come quello di Cate richiede anni di analisi e il supporto di un
aiuto professionale che lavori su di lei e sulla famiglia nel complesso, ma è una
storia, non vita vera, e un lieto fine non si dovrebbe negare mai a nessuno.
Ecco di seguito le recensioni di Cristina, Stefania, Francesca e Mariagrazia:
Stefania - SteGent (4 stelline)
Il libro è una specie di diario di una adolescente obesa. Raccontato in prima
persona, ci parla della vita quotidiana di Caterina. Caterina intelligentissima,
bravissima a scuola, sensibile ma complessatissima per la sua obesità. Vive tutto in
funzione di questo, sentendosi perennemente presa in giro e rifiutata dagli altri.
Qualsiasi segno di amicizia viene ignorato o attribuito alla pietà, qualsiasi risata
sussurro viene considerato una presa in giro e quindi un attacco alla sua persona.
L'unica amica che ha, che lei soprannomina "Anna l'annoievole" viene
perennemente bistrattata da Caterina, che la disprezza. Caterina sta bene solo a
casa, in cui tutti - tranne la nonna - sono obesi, e quindi accettati e considerati
vittime. Il mondo di Caterina inizia a scricchiolare quando scopre che suo fratello
non accetta affatto il ruolo da vittima ma ha una vita normale.
Cristina (4 stelline):
Le quattro stelline (non piene, sarebbe più da 3 e 1/2) sono dovute alla scrittura
che ho trovato piacevolmente scorrevole, non priva di ironia e di ritmo.
Ma la storia raccontata mi è sembrata sempre leggermente fuori asse: troppo
negativa prima, troppo buonista dopo.
E il personaggio di Caterina, detto da una che è cicciona pure lei, e che da cicciona
ci ha superato l'adolescenza, è davvero troppo egocentrico e chiuso in se stesso e
negativo, tanto da essere sgradevole.
Ok, idioti che ti prenderanno in giro ce ne saranno sempre, ma lo fanno anche se sei
magro, intelligente, tonto, ecc. ecc.. Gli imbecilli un motivo per prendere in giro gli
altri lo trovano sempre, e non è tutto il mondo così.
Meno di tutto ho capito la costante critica di Cate verso i genitori che pure si
amano e la amano, e la negatività che vorrebbe gettare sul fratellino in modo che
pure lui si corazzi contro il mondo. Solo che la corazza di Cate non la protegge
davvero (e quante pippe mentali che si fa sta ragazza) e le fa perdere tutte le cose
belle che invece potrebbe avere. Fortuna che tutti dicono quanto sia intelligente!
Francesca - Cicabuma (tre stelline)
Sono stata tentata più di una volta di chiudere il libro e metterci una pietra sopra.
L'autocommiserazione della protagonista mi irritava, così come la sua cecità.
Intelligente, studiosa, obesa ma bella ugualmente, con tanti amici sinceri e una
famiglia che la circonda di affetto... ma lei è talmente concentrata sulla sua
eccezionale fisicità da non rendersi conto di tutto questo.
L'autore poi ha uno stile che non mi prende: certe frasi ricercate, certi passaggi
ridondanti alla lunga stancano.
Sul finale recupera ma resta comunque un romanzo piuttosto deludente. Tre stelle
sono troppe, due troppo poche.
MariaGrazia - Ombraluce (3 stelline)
Sarebbero 3 stelline e mezzo, ma siccome anobii non ama le mezze misure, e 4
sarebbe eccessivo...
Dunque, la storia è carina e commovente, Cate è una ragazza obesa che fa parte di
una famiglia di obesi, e che si è costruita una corazza per proteggersi dal mondo,
una corazza così stretta, con un paraocchi talmente chiuso, da non vedere proprio
nulla se non se stessa.
Tutto giusto tutto vero, noi ragazze sovrappeso abbiamo conosciuto molto dei
tormenti di Cate, se non che il libro è in bianco e nero.
Troppo nero prima, troppo bianco dopo, e questo genera, in noi ragazze
sovrappeso che nel frattempo siamo diventate donne in sovrappeso (e che
benediciamo la nostra ciccetta che ci protegge dai segni del tempo) un senso di
irrealtà.
Abbiamo poi parlato rapidamente dei libri che ci siamo scambiati prima di
Natale, che sono stati letti e apprezzati, e della possibilità di trovare una nuova
sede più tranquilla o comunque con una saletta più isolata. Ciò faciliterebbe
anche i contatti con Maria Grazia (che ha peraltro annunciato di aver conosciuto
altre due lettrici onnivore a Berlino e che la prossima volta a connettersi con noi
saranno probabilmente in tre e non una sola). Che dire, abbiamo una succursale
all'estero! Ora la Germania, domani il mondo!
Il libro del prossimo mese è LA CASA DEI QUATTRO VENTI di Alif Shafak, proposto da
Daniela (emilia).
Ci incontriamo martedì 4 febbraio alle ore 20,00, sempre presso la Trattoria al
Torre di Via Cividale.
A presto e buone letture a tutti.
mercoledì 4 dicembre 2013
L'India non è un paese per donne
All'incontro del 3 dicembre si sono unite al gruppo due nuove amiche: Rita e Marilaura.
BENVENUTE, BENVENUTE.
Peccato che, causa riunione non prevista, la nostra solita saletta un po' appartata è stata occupata da altre persone e noi siamo stati relegati nel bar, dove la confusione si sprecava! A parte questo, bella compagnia, discussione accesa e anche risate.
Abbiamo discusso il libro della scrittrice indiana Anita Nair, CUCCETTE PER SIGNORE.
BENVENUTE, BENVENUTE.
Peccato che, causa riunione non prevista, la nostra solita saletta un po' appartata è stata occupata da altre persone e noi siamo stati relegati nel bar, dove la confusione si sprecava! A parte questo, bella compagnia, discussione accesa e anche risate.
Abbiamo discusso il libro della scrittrice indiana Anita Nair, CUCCETTE PER SIGNORE.
I commenti non sono stati entusistici ma nemmeno troppo severi. Tutto sommato un romanzo che per noi donne occidentali è difficile da comprendere, abituate ormai ad una relativa parità tra i sessi.
Un'altro libro tutto al femminile che avevamo letto insieme era stato "L'albergo delle donne tristi" e da subito i due romanzi sono stati messi a confronto ma mentre le protagoniste della Serrano ne escono assolutamente massacrate, le sei donne della Nair sono assolte e giustificate.
Come dice bene Cristina nel suo commento che più sotto riporto, L'India non è un paese per donne.
Una cosa che ha colpito in negativo è stata la fine: l'emancipazione di Akhila passa attraverso il sesso occasionale con uno sconosciuto. Piuttosto sconvolgente e anche inverosimile per una donna che fino a 45 anni ha vissuto all'ombra della sua famiglia, timorosa e timorata del giudizio altrui e schiacciata da mille sensi di colpa!
Al termine della serata ci siamo scambiati i libri ed è stata una piccola festa!
Presenti alla serata: Cristina, Francesca (io), Stefania, Daniela, Maria Grazia, Francesco e per la prima volta Rita e Marilaura.
Ed ecco il commento di Cristina.
Mi arrendo. Non ho i riferimenti culturali per valutarlo questo libro. Se lo faccio filtro il racconto attraverso la mia esperienza di zitella occidentale 45enne, impiegata. E c'è un abisso tra me e Akhila, anche se pure la mia di famiglia e la società in cui vivo mi ha caricato di sensi di colpa abominevoli. O, più correttamente, anche io ho permesso alla mia famiglia e alla società in cui vivo di caricarmi di infiniti e inutili sensi di colpa.
Se devo valuare le storie le trovo una più triste dell'altra, non solo per le crudeltà e le cattiverie che queste sei donne sono state obbligate a subire dal destino, ma soprattutto per le crudeltà e le cattiverie che la loro condizione di vittime sacrificali le obbliga a compiere. Cattiverie e crudeltà che sono sempre subdole, mai dirette, sono colpi alla schiena della vita. Fossero crudeltà oneste sarebbero comprensibili: così non c'è speranza per niente e per nessuno.
Tutte si adattano, si piegano, si curvano alla vita che le schiaccia, e nel curvarsi spargono veleno. E' così che vivono le donne in India, nel mondo? E' a questa miseria che sono condannate, che siamo condannate?
La nostra vita è diversa, ma è sempre più un abdicare al nostro ruolo di creazione, di nutrizione, di centro (e non parlo di figli e famiglia, ma proprio di vita), ruolo che alle protagonsite del libro viene imposto con estrema violenza. Apparentemente alle donne occidentali non lo è, ma quali altri ruoli, quali altri compiti ci vengono martellati in testa? Quali altre parti dobbiamo recitare?
Dato che razionalmente non ne esco, recensisco di pancia? E allora devo dire che Akhila è una Cenerentola al cubo sfruttata dalla famiglia di cui si deve assumere la responsabilità, che butta alle ortiche l'unica possibilità di essere felice perchè ha paura del giudizio degli altri (e la capisco, sinceramente) e che alla fine, banalissimamente, come simbolo della ribellione contro la famiglia e il destino crudele si porta a letto un 25enne. Si può essere più banali di così, Anita Nair?
Che le donne raccontate nel libro sono una più infida dell'altra? Quella che si attacca al marito perchè non ha altro, l'altra che lo ingrassa come un maiale per controllarlo (invece di avvelenarlo come meriterebbe), la più terribile di tutte che dice che abbandonare il figlio in una fabbrica (con tutte le conseguenze del caso) per ricavarne i soldi per pagarsi una operazione era "destino"? Non era destino, era scelta. E tutti dobbiamo portare il peso delle nostre scelte. Tutti.
No, proprio non ho la preparazione culturale per capirlo questo libro, e probabilmente il mio giudizio è ingiusto e sbagliato, ma per me non va oltre le due stelline. Velate di ignoranza, annebbiate dall'incomprensione, ma sempre due sono.
Una cosa però l'ho capita: l'India non è un posto per donne.
Riporto qui anche il mio commento scritto su Anobii.
Più che bello, questo romanzo è carino. Nulla di più!!!
Sei donne, molto diverse tra loro, con delle storie alle spalle di autocastrazione e silenzi. Uno spaccato della società indiana, con le sue tradizioni e i suoi costumi, con i suoi orrori e le sue grazie, i colori dei sari, gli odori e le fragranze delle sue pietanze (alla fine del romanzo ci sono anche parecchie ricette della tradizione!!!!) e la sua persistente barbarie.
Se le mogli non si immolano più sulla pira del marito defunto, però continuano a immolarsi o autoimmolarsi in mille altre maniere e se non sei moglie, ma semplicemente donna, devi comunque vivere all'ombra di un padre, un fratello o un parente.
Questa è la storia di una emancipazione, forse tardiva, ma certamente benedetta!
E adesso parliamo del prossimo appuntamento.
Purtroppo Maria Grazia ci lascia. Va a vivere in Germania e quindi non sarà più dei nostri... almeno in carne ed ossa! Cercheremo di collegarci ugualmente con lei attraverso Skype in modo da essere sempre insieme anche se distanti. Il prossimo appuntamento sarà quindi un po' High Tech!
Il libro, scelto dalla nuova arrivata Marilaura è:
CATE, IO di Matteo Cellini
Un'altro libro tutto al femminile che avevamo letto insieme era stato "L'albergo delle donne tristi" e da subito i due romanzi sono stati messi a confronto ma mentre le protagoniste della Serrano ne escono assolutamente massacrate, le sei donne della Nair sono assolte e giustificate.
Come dice bene Cristina nel suo commento che più sotto riporto, L'India non è un paese per donne.
Una cosa che ha colpito in negativo è stata la fine: l'emancipazione di Akhila passa attraverso il sesso occasionale con uno sconosciuto. Piuttosto sconvolgente e anche inverosimile per una donna che fino a 45 anni ha vissuto all'ombra della sua famiglia, timorosa e timorata del giudizio altrui e schiacciata da mille sensi di colpa!
Al termine della serata ci siamo scambiati i libri ed è stata una piccola festa!
Presenti alla serata: Cristina, Francesca (io), Stefania, Daniela, Maria Grazia, Francesco e per la prima volta Rita e Marilaura.
Ed ecco il commento di Cristina.
Mi arrendo. Non ho i riferimenti culturali per valutarlo questo libro. Se lo faccio filtro il racconto attraverso la mia esperienza di zitella occidentale 45enne, impiegata. E c'è un abisso tra me e Akhila, anche se pure la mia di famiglia e la società in cui vivo mi ha caricato di sensi di colpa abominevoli. O, più correttamente, anche io ho permesso alla mia famiglia e alla società in cui vivo di caricarmi di infiniti e inutili sensi di colpa.
Se devo valuare le storie le trovo una più triste dell'altra, non solo per le crudeltà e le cattiverie che queste sei donne sono state obbligate a subire dal destino, ma soprattutto per le crudeltà e le cattiverie che la loro condizione di vittime sacrificali le obbliga a compiere. Cattiverie e crudeltà che sono sempre subdole, mai dirette, sono colpi alla schiena della vita. Fossero crudeltà oneste sarebbero comprensibili: così non c'è speranza per niente e per nessuno.
Tutte si adattano, si piegano, si curvano alla vita che le schiaccia, e nel curvarsi spargono veleno. E' così che vivono le donne in India, nel mondo? E' a questa miseria che sono condannate, che siamo condannate?
La nostra vita è diversa, ma è sempre più un abdicare al nostro ruolo di creazione, di nutrizione, di centro (e non parlo di figli e famiglia, ma proprio di vita), ruolo che alle protagonsite del libro viene imposto con estrema violenza. Apparentemente alle donne occidentali non lo è, ma quali altri ruoli, quali altri compiti ci vengono martellati in testa? Quali altre parti dobbiamo recitare?
Dato che razionalmente non ne esco, recensisco di pancia? E allora devo dire che Akhila è una Cenerentola al cubo sfruttata dalla famiglia di cui si deve assumere la responsabilità, che butta alle ortiche l'unica possibilità di essere felice perchè ha paura del giudizio degli altri (e la capisco, sinceramente) e che alla fine, banalissimamente, come simbolo della ribellione contro la famiglia e il destino crudele si porta a letto un 25enne. Si può essere più banali di così, Anita Nair?
Che le donne raccontate nel libro sono una più infida dell'altra? Quella che si attacca al marito perchè non ha altro, l'altra che lo ingrassa come un maiale per controllarlo (invece di avvelenarlo come meriterebbe), la più terribile di tutte che dice che abbandonare il figlio in una fabbrica (con tutte le conseguenze del caso) per ricavarne i soldi per pagarsi una operazione era "destino"? Non era destino, era scelta. E tutti dobbiamo portare il peso delle nostre scelte. Tutti.
No, proprio non ho la preparazione culturale per capirlo questo libro, e probabilmente il mio giudizio è ingiusto e sbagliato, ma per me non va oltre le due stelline. Velate di ignoranza, annebbiate dall'incomprensione, ma sempre due sono.
Una cosa però l'ho capita: l'India non è un posto per donne.
Riporto qui anche il mio commento scritto su Anobii.
Più che bello, questo romanzo è carino. Nulla di più!!!
Sei donne, molto diverse tra loro, con delle storie alle spalle di autocastrazione e silenzi. Uno spaccato della società indiana, con le sue tradizioni e i suoi costumi, con i suoi orrori e le sue grazie, i colori dei sari, gli odori e le fragranze delle sue pietanze (alla fine del romanzo ci sono anche parecchie ricette della tradizione!!!!) e la sua persistente barbarie.
Se le mogli non si immolano più sulla pira del marito defunto, però continuano a immolarsi o autoimmolarsi in mille altre maniere e se non sei moglie, ma semplicemente donna, devi comunque vivere all'ombra di un padre, un fratello o un parente.
Questa è la storia di una emancipazione, forse tardiva, ma certamente benedetta!
E adesso parliamo del prossimo appuntamento.
Purtroppo Maria Grazia ci lascia. Va a vivere in Germania e quindi non sarà più dei nostri... almeno in carne ed ossa! Cercheremo di collegarci ugualmente con lei attraverso Skype in modo da essere sempre insieme anche se distanti. Il prossimo appuntamento sarà quindi un po' High Tech!
Il libro, scelto dalla nuova arrivata Marilaura è:
CATE, IO di Matteo Cellini
Ci vediamo MARTEDI' 14 GENNAIO alle ore 20,00, sempre presso la Trattoria al Torre di Via Cividale.
Nel frattempo vi auguro BUON NATALE E BUON ANNO!!!
A presto
Francesca
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