venerdì 6 marzo 2020

Hotel silence

Auður Ava Ólafsdóttir
Anziché smettere di esistere, non puoi smettere di essere tu, e diventare un altro?

Jonas è un uomo di mezza età. Ha divorziato da poco e la ex moglie ha pensato bene, durante le procedure di separazione, di rivelargli che l'unica amatissima figlia non è figlia sua. Ha perso il padre molti anni prima e la madre è ricoverata in casa di riposo, vittima della vecchiaia e della demenza.
Jonas è in una fase cruciale della sua vita, in cui si sente vuoto e inutile, privo di motivazioni. Così privo di motivazioni che sta pensando seriamente a porre fine alla propria esistenza, al suicidio.
Lo pianifica, arriva persino a chiedere al vicino di casa un fucile (e mi chiedo che vicini ci siano in Islanda che tu gli chiedi un'arma e te la danno senza fiatare). Quello che lo ferma è l'idea di obbligare la figlia a trovare il suo corpo. Jonas è un padre, un figlio e un compagno (anche se ex) responsabile e amorevole. Per quanto in piena crisi rimane una persona attenta e protettiva, un uomo che per inclinazione preferisce riparare le cose, che distruggerle.
Il trauma, il dolore, il bagaglio di sensi di colpa Jonas alla figlia non vuole lasciarli. E quindi Jonas acquista il primo biglietto aereo disponibile per un posto sperduto, appena uscito dalla guerra, dove la sua morte scomparirà nella statistica di un paese devastato. Parte in tutta fretta, armato di pochissimo vestiti ma portando con se una cassetta degli attrezzi.
E sarà proprio riparando tubi e supellettili all'Hotel Silence che Jonas ricomincierà a vivere.
Ci sono ancora.
Sono ancora qui

Hotel Silence è un libro carino, scritto con uno stile asciutto e misurato. Jonas non è uomo di molte parole, probabile somigli alla sua creatrice letteraria che pure lei non si dilunga in spiegazioni e descrizioni, tanto che dove sia ambientata la parte dedicata alla "rinascita" di Jonas non ha nemmeno una localizzazione geografica chiara. 
Ex Yugoslavia, centro America, qualche sperduto villagio africano? Chi lo sa. E del resto non ha importanza; in fondo tutti i paesi in cui c'è stata la guerra hanno le stesse ferite e le stesse cicatrici.
Anche Jonas ha le sue ferite, e le guarisce occupandosi prima delle stanze dell'Hotel e dei vicini, poi degli altri.

Una morale facile e tutto sommato favolistica: dedicati agli altri e guarirai le tue ferite, che non ci ha del tutto convinti.
Il desiderio di morte ha motivazioni profonde, che ben difficilmente guariscono così in fretta.
Però il libro scorre veloce, e ha un finale lieto.
Una lettura tutto sommato piacevole, anche se ha il sapore della favoletta, un po' troppo costruita e un po' troppo scontata. Una buona idea che si perde, e avrebbe potuto essere molto meglio.

Una sola recensione, di Cristina:
Libro discreto, che parte bene e poi si perde parecchio. Un racconto gradevole ma non del tutto riuscito. Lo salva il messaggio decisamente positivo, anche se la tematica avrebbe forse meritato qualcosa di più.

 Libro del prossimo mese: Il treno dei bambini di Viola Ardone:

   
Ci si vede martedì 10 marzo 2020.

domenica 23 febbraio 2020

Il gioco dei regni

Clara Sereni, 1946-2018
Mimmo vide una murrina più piccola delle altre, una minuscola sfera appena appiattita con dentro un mappamondo quasi invisibile. Non volle che gliela incartassero, se la mise in tasca e il vetro prese il calore della mano. Della geografia Mimmo aveva, all’epoca, un’idea vaga, ma pensò che avercelo in tasca, il mondo, era un buon modo per non lasciarselo sfuggire.

Avere una famiglia così "importante" alle spalle deve essere sia un peso che una benedizione. 
Sarà stato per questo che Clara Sereni ha voluto scrivere Il gioco dei regni? Per rielaborare e forse ridimensionare almeno un po' l'importanza della sua famiglia la cui storia ha incrociato così pesantemente la Storia con la esse maiuscola?
Il gioco dei regni racconta la Famiglia Sereni più o meno dalla fine del 1800 agli anni '60 del Novecento, ma si concentra nel periodo tra le due guerre mondiali. 
Emilio Sereni
Il racconto è ricavato da diari, lettere, appunti dei vari protagonisti, affiancati da documenti che l'autrice ha scovato in uffici, biblioteche e archivi italiani e esteri, incluso Israele, ove vivono ancora ora i discendenti dei fratelli Sereni. 
Una messe di informazioni di "prima mano" che sono sia la forza che la debolezza di un racconto che rimane intimo pur intrecciandosi con gli avvenimenti principali del secolo scorso.
L'autrice, infatti, rimane molto fedele ai documenti trovati, inventa ben poco. Il racconto ha quindi il pregio di essere asciutto e rigoroso, ma anche di mancare - a volte - di quella profondità che ne avrebbe fatto un racconto universale. E anche di capicità di coinvolgere, specie all'inizio, dove brevi scene di vita familiare dedicate ai vari protagonisti rischiano di far perdere il filo del racconto.
Gli avvenimenti scorrono veloci, ma fatti anche importanti come la partecipazione di Emilio Sereni (poi morto suicida) alla Grande Guerra è ridotta a poche pagine, mentre la storia di Xenia, la madre dell'autrice, ne occupa una quota rilevante.
E' infatti sulla madre Xenia e sul padre Emilio, sulla loro vicenda personale e politica, che si concentra il racconto. Oltre che sull'amore tra Mimmo (così era chiamato Emilio Sereni in famiglia) e Xenia (autrice di un autentico best seller dell'epoca: I giorni della nostra vita, scritto con lo pseudonimo di Marina Sereni) il libro lascia ampio spazio al difficile rapporto tra Xenia e la madre che nemmeno la malattia riesce a migliorare.
Ti voglio bene anche se non ti ho mai capita. 

Romanzo familiare e corale, è un libro in cui pur raccontando i tre fratelli Sereni, spiccano le figure femminili.
Alfonsa Sereni (che incontriamo a fine '800, ad acquistare il corredo) e la sorella Ermelinda; Xenia, rivoluzionaria nella Russia zarista, innamorata di Lev che sarà giustiziato dal regime e la lascerà sola e vagabonda, irrequieta e incapace di capire e di farsi capire dalla figlia. Xenia Sereni, in cui la passione per la politica e l'amore per Emilio ardono così tanto che dimentica le figlie. Le serve di casa, Dalinda e Finimola; Le tre figlie di Xenia e Mimmo, tra cui l'autrice, che scompaiono nel racconto, fagocitate dalle figure del padre e della madre, anche quando chi racconta è una di loro.
Enzo Sereni
Non sappiamo se Clara Sereni sia riuscita a fare pace con questi genitori per i quali prova ammirazione ma le cui figure sembrano lontane. Col padre probabilmente si, con la madre forse non tanto, ma alle madri spesso non perdoniamo assenze e mancanze che ai padri lasciamo passare. Con la nonna Xenia sicuramente si: un viaggio in Israele dà il via non solo al libro, ma soprattutto a una riscoperta di questa donna complicata che tanto ha segnato la madre. 

Ci è piaciuto Il gioco dei regni? Si, decisamente. Un po' di confusione all'inizio, ma la lunga carellata di avvenimenti tra la storia italiana tra le due guerre e il periodo post fascismo sono ben descritti e interessanti, abbastanza avvincenti da spingerti a cercare altre informazioni e ad approfondire la storia di una famiglia che è stata per molti aspetti emblematica e rappresentativa di tutta la nostra, di Storia. 

"Ecco, ora vi condurrò nel luogo stabilito; poi tornerò indietro, mi farò un goccetto, e uscirò a suonarle agli ebrei" Io: "Bere, perché?" Con semplicità, tranquillo: "E come si fa a far cose del genere, senza farsi un goccettto!"

Dimenticavo: perchè Il gioco dei regni? E' un gioco inventato dai fratelli Sereni, un gioco di ruolo solo loro, che rappresenta bene il rapporto di affetto così stretto tra i fratelli, un rapporto che solo la morte spezza definitivamente. Un rapporto che la vita e le decisioni separerà ma non distruggerà mai davvero.

Libro del prossimo mese: Hotel Silence di



mercoledì 19 febbraio 2020

Una giuria di sole donne

Susan Glaspell (1876 - 1948)
Viviamo vicine, eppure siamo così lontane. E dobbiamo tutte sopportare le stesse cose… a guardarci non sembra, ma sono le stesse cose! Se non fosse che – perché io e lei lo capiamo? Perché sappiamo… quello che sappiamo adesso?

Contea di Dickson (Tennesee, USA), 1917. E' marzo e soffia la tramontana. Fuori fa freddo, ma Marta Hale viene ugualmente trascinata fuori casa mentre sta facendo il pane. Deve accompagnare il marito in una fattoria vicina dove si è consumato un delitto.
Il sig. Hale il giorno prima, andando in città, ha fatto una deviazione e si è recato alla fattoria dei Wright (voleva convincere il vicino a mettere il telefono) e ha trovato l'uomo morto in camera da letto e la moglie di questi in cucina, sotto shock.
Il sig. Hale deve rilasciare la propria dichiarazione su quanto accaduto il giorno prima allo Sceriffo e al Pubblico Ministero che li aspetta in loco. Con lo Sceriffo c'è anche la moglie, per prendere pochi effetti personali della moglie di Wright, Minnie. Ma la sig.ra Peters non se la sente di andare alla fattoria da sola e chiede la compagnia di un'altra donna.
Mentre Sceriffo e Pubblico Ministero investigano ufficialmente sul delitto le due donne svolgono la loro propria indagine ed emettono il loro proprio verdetto.

Abbiamo letto così tanti libri, film e serie televisive poliziesche con protagoniste investigatrici donne che ci dimentichiamo che nel 1917 quando questo breve, brevissimo romanzo è stato scritto la categoria era inesistente. 
All'epoca le giurie erano composte solo ed esclusivamente da uomini. Uomini erano gli investigatori, gli avvocati, i giudici. 
In questo romanzo le indagini maschile e femminile si svolgono in parallelo: gli uomini in punta di diritto, ad affannarsi da una parte all'altra della casa; le donne in cucina, a leggere nelle piccole cose (invisibili agli uomini) la verità su cosa sia successo. 
Ma non rivelano quanto scoprono, assumendosi anche il ruolo di giudici, amministrando la giustizia con un'ottica di solidarietà ed empatia che si rivela opposta a quella maschile.

Il racconto è breve e conciso, dallo stile asciutto e lineare, privo di fronzoli. Si sente che è scritto per diventare la piece teatrale "Trifles" (inezie). Del resto l'autrice è stata giornalista, narratrice e drammaturaga e ha vinto anche un Pulitzer proprio per i lavori teatrali.
Nella sua brevità è però completo sia dal punto di vista investigativo (del delitto si scopre colpevole e movente) che dei personaggi che risultano ben delineati nonostante l'essenzialità.
Alle due donne basta un'occhiata per comprendersi, nonostante la differenza sociale e di vita che le separa, e per allearsi.
I loro sguardi si incrociarono – e tra di loro passò qualcosa, come un lampo; poi, quasi con fatica, tornarono a guardare altrove

E' stata proprio questa solidarietà tra donne a colpirci, e lo spirito femminista del racconto, scritto, ricordiamolo, quando tutto il potere sia in famiglia che fuori era in mano agli uomini e in cui le donne erano guardate con sufficienza se non con disprezzo. E anche il finale, che riteniamo giusto ma che è per molti aspetti dirompente: le due donne si arrogano il diritto di tacere e di emettere la loro propria sentenza di assoluzione.

Lo consigliamo? Direi di si, anche perchè si legge in brevissimo tempo, anche includendo la postfazione, piuttosto interessante, di Gianfranca Balestra.

Ho trovato una sola recensione, di Cristina
4 stelline
Per me un tesoro nascosto. Un breve brevissimo racconto in cui la storia si dipana chiara e semplice ma non priva di implicazioni sociali, umane e culturali.
Bello in se e non per il messaggio femminista che comunque mi appartiene. Mi piace soprattutto per la soluzione che riesce a essere di rottura rispetto al giallo classico e affidata ad una battura sarcastica e anche un filo macabra ma davvero perfetta.
Bello.

Libro del prossimo mese Il gioco dei Regni di Clara Sereni:

 

giovedì 7 novembre 2019

Il tuo sguardo illumina il mondo

Susanna Tamaro
 Questo libro è l’ultima pietra che portavo nella mia gerla, la più pesante, quella che era rimasta sul fondo. Ho dovuto infilare il braccio dentro, cercarla nella parte più buia, nascosta tra le foglie. Tra tutti i libri che ho scritto questo è stato l’unico di cui, fin dall’inizio, conoscevo la fine. Non c’era sorpresa possibile, né colpi di scena, né vie di fuga. La fine era la parola «morte», scritta accanto al tuo nome, Pierluigi Cappello, scandito come negli appelli a scuola. Appello al quale tu non avresti potuto più rispondere: «Presente!».

Questo libro è definito da un'assenza, quella di Pierluigi Cappello, poeta friulano, scomparso a 50 anni nell'ottobre del 2017. La Tamaro racconta della loro amicizia, delle loro affinità, di quanto li univa nonostante le differenze date dall'età (li separavano 10 anni) e di vita. Lo fa "scrivendo" all'amico scomparso, raccontandogli la sua vita attuale e passata, aprendosi (al lettore) come mai prima, probabilmente. 
E' un libro ben scritto, dove incantano le descrizioni della natura e della vita nell'eremo che l'autrice si è creata tra boschi e campagna (a volte persino troppo dettagliate) e vengono ricordate con nostalgia le tappe dell'amicizia con Cappello, e gli attimi di felicità della pur difficile infanzia della Tamaro. Un ricordo struggente in cui forse manca proprio il destinatario del volume, Pierluigi Cappello, che compare poco e non definito, salvo nelle ultime - tristissime - pagine, quando la morte si approssima e si prende la parte della protagonista assoluta. Una lettura che aiuta a capire meglio la "persona" Tamaro, in cui viene rivelato che la scrittrice ha la sindrome di Asperger, e raccontata un'infanzia triste, difficile e solitaria, a giustificazione di un comportamento schivo e riservato che la rende a volte antipatica e scostante.
Pierluigi Cappello
La lettura è piacevole (anche se a volte un po' ridondante per tutte le descrizioni naturalistiche) tranne quando l'autrice usa il libro per ribadire le proprie convinzioni su fine vita e sulla Legge 194 che scadono nello scioccante e che ci hanno unanimemente infastidito. Una manipolazione del lettore che ha solo tolto valore a un libro a tratti toccante. Ci è piaciuto? NI. Il libro è bello (e onestamente partivamo tutte prevenute), ma se lo scopo era quello di raccontare l'amicizia con Pierluigi Cappello allora non c'è riuscita. E' una biografia che non lascia spazio se non raramente alla figura dell'amico rimpianto. Se sia frutto di un'esigenza di elaborazione del lutto o un calcolo non lo sappiamo e forse non ha nemmeno importanza, dopo tutto.

Lascio spazio alla recensione di Monica, che ha scelto il libro e che di Pierluigi Cappello era amica d'infanzia.
A volte è difficile scrivere la recensione di un libro e quando “ci sentiamo dentro” quello stesso libro è ancora più difficile scriverlo. Susanna Tamaro non è mai stata una delle mie scrittrici preferite, ma ho voluto leggere questo libro che lei ha dedicato alla sua amicizia con il poeta Pierluigi Cappello scomparso nel 2017. Oltre ad essere un pluri premiato poeta, Cappello era per me Pier, un amico d'infanzia. Per questo mi è difficile parlare di questo libro che ho divorato, scansando qualche lacrimuccia, in una ventosa giornata d'inverno. Un libro malinconico, nostalgico. Un libro che è una sorta di lunga lettera, un'autobiografia, una riflessione sulla vita, sulla morte, sulla disabilità, sullo stupore infantile per la natura, sul progresso non sempre positivo. In questo libro ci sono i miei luoghi, la mia gente e quindi la mia vita, ma c'è anche Susanna Tamaro con la sua, difficile, vita. Sono convinta che ora potrò leggere i suoi libri da una diversa prospettiva. Per rendere più intenso “lo sguardo che illumina il mondo” consiglio di leggere prima “Questa libertà” il romanzo autobiografico di Pierluigi Cappello.

Ci si incontra il 10 dicembre 2019. Libro del mese è Una giuria di sole donne di Susan Glaspell.



lunedì 4 novembre 2019

Gli anni al contrario

Nadia Terranova
 Non abbiamo mai usato lo stesso dizionario. Parole uguali, significati diversi. Dicevamo famiglia: io pensavo a costruire e tu a circoscrivere; dicevamo politica: io ero entusiasta e tu diffidente. Io combattevo, tu ti rifugiavi. Se non ci fosse stata Mara ci saremmo persi subito, ma almeno non avremmo continuato a incolparci per le nostre solitudini. Quando penso agli anni trascorsi mi sembra che siano andati tutti al contrario.

Siamo alla fine degli anni '70 a Messina. Due ragazzi come tanti si incontrano all'università, si frequentano, si innamorano. Due opposti che si attraggono: Aurora, studiosa e tranquilla, Giovanni idealista e ribelle. Stanno insieme perchè si amano, ma anche per affrancarsi dalle rispettive origini, dai loro padri. Di destra la famiglia di lei, di sinistra e borghese quella di lui. Presto Aurora si scopre incinta. Inevitabile, anche in tempi ribelli come gli anni '70, il matrimonio, e a breve Mara, la figlia molto amata da entrambi, quella a cui tocca chiudere questo breve romanzo che attraversa - sfiorandolo - uno dei periodi più difficili e tragici della storia recente dell'Italia: gli anni di piombo.

La storia di Aurora e Giovanni si svolge tra il 1977 e il 1989. Dodici anni che in cento pagine faticano a stare. Lo stile dell'autrice, asciutto e piacevole, aiuta la lettura, ma la brevità del testo non lascia spazio all'approfondimento, alla "Storia" che i protagonisti vivono facendosene segnare, ma che al lettore arriva attutita, a spizzichi e mozzichi che non saziano.

Una immagine icona degli anni di piombo.
Foto di Paolo Pedrizzetti.
E' la "Storia" che li divide? O semplicemente la vita? Aurora si getta nella vita di moglie e madre, Giovanni si dibatte tra famiglia e impegno. E spesso vince l'impegno, lascia Aurora e Mara in secondo piano. Vorrebbe, lui, fare la storia, esserne protagonista. Subisce il fascino della droga e delle "cattive" compagnie, che alla fine lo trascinano con loro nel baratro. Il matrimonio finisce, a unire Aurora e Giovanni rimane solo Mara. Alla fine vincono le differenze.

Aurora si riprende. Raccoglie i cocci e da lì riparte. Torna in Università, ricostruisce la sua carriera, la sua vita. Giovanni si perde quasi definitivamente.  Finisce in prigione, poi in comunità di recupero. E' con il lavoro in comunità che ritrova sè stesso, ma è ormai troppo tardi. Gli anni di droga e promiscuità hanno lasciato il segno: prima la sieropositività, poi l'AIDS conclamato non gli lasciano scampo.
E' vero che gli anni di Aurora e Giovanni sono andati al contrario. Non sono riusciti a rimanere assieme, a gestire vita, amore e famiglia. E quando potrebbero riavvicinarsi è troppo tardi.

Immagine panoramica di Messina
Un bel romanzo, troppo breve, in cui ci sono molti spunti ma non lo spazio sufficiente per approfondirli. Se sia stata scelta precisa dell'autrice o sia solo finita così perchè è il suo primo romanzo per adulti non lo sappiamo. Da qualche parte abbiamo letto che è un libro un po' autobiografico, che l'autrice è Mara, ma conferme non ne abbiamo trovate. Però è un libro che ci sentiamo di consigliare, magari alternondolo alla visione di La meglio gioventù di Giordana, che è stato spesso citato durante la serata.

Ho trovato una sola recensione:
Cristina 4 stelline.
La parabola di un amore che nasce e muore durante gli anni di piombo. Il periodo è interessante ma purtroppo la brevità del romanzo non consente approfondimenti o digressioni storiche che ne avrebbero fatto un testo di ben altra caratura.
Così è solo la storia, dal finale triste, di un amore che ha la peculiarità di attraversare, sfiorandolo, un periodo di grandi trasformazioni politiche e sociali del nostro Paese. Come succede al protagonista i grandi slanci non si traducono poi se non marginalmente in azioni e l'amore soffoca più per banale mancanza di impegno che per vere differenze tra i due amanti.
Dovessi giudicare di testa gli dovrei dare 2 stelline (ok, ma non memorabile), ma lo stile di scrittura è proprio quello che piace a me, e me lo sarei letto tutto in un fiato e in una sola seduta, se la mia - di vita - non si fosse intromessa.
Con difetti, ma proprio carino.


Prossimo appuntamento il 5 novembre. Libro del mese: Il tuo sguardo illumina il mondo di Susanna Tamaro. 






martedì 1 ottobre 2019

Insieme, e basta.

Anna Gavalda, l'autrice del mese
Anzi meglio di una vera famiglia, una famiglia che avevano scelto, voluto, per la quale si erano battuti e che in cambio chiedeva loro solo di essere felici insieme. No, neanche felici, d'altronde, ormai non erano più così esigenti. Di essere insieme, e basta. E già questo era insperato


Insieme, e basta, è una piacevole commedia romantica. Le vite di 4 personaggi alquanto strambi si incrociano per caso e i loro destini si legano per sempre.

Tanto era duro e difficile The mars room tanto è scorrevole e facile Insieme, e basta. Il nome dell'autrice - quasi iberico nel suono - è fuorviante. Anna Gavalda è francese, francesissima. Lo insegna pure, il francese. E molto francese è anche, nelle atmosfere e nelle ambientazioni, il suo libro.

Monica dice giustamente che sembra di guardare un film. Un film francese, appunto. Una commedia romantica e divertente, rarefatta e rilassante.

Riesce a emozionare, a volte, quando il racconto converge sull'anziana Paulette, e sul rapporto della donna con Camille. Sembra quasi che l'autrice abbia avuto esperienza di vita e di cura di persone anziane e bisognose di supporto. Ben descrive (e con che delicatezza) la perdita di autonomia e di orgoglio che subisce chi dipende dagli altri per la cura di sè stesso. Di orgoglio sia chiaro, mai di dignità che quella il bisogno non te la toglie di sicuro.


Parigi, e basta! Che meraviglia
Ma pesano, e tanto, i continui dialoghi e i tanti troppi troppissimi puntini di sospensione e una certa banalità nella trama. Sa un po' di già visto o di già letto.

Lo consigliamo: forse. E' un libro simpatico, anche se certo non è profondo.

Per una volta metto una annotazione personale: io si, nonostante tutto lo consiglio. Ho attraversato un brutto periodo, e questo libro mi ha fatto sorridere. E non ho dovuto pensare, leggendolo. Mi è scorso tra le dita come acqua fresca, e di quello in questo momento avevo bisogno.


Non fa pensare, se non di striscio. Ma a volte si ha bisogno anche di quello.

Due recensioni, al volo.
Monica, 3 stelline
Un film francese. Paradossale, a tratti emozionante, l'ho letto, ma è come se stessi guardando un film. La tipica surreale commedia sentimentale alla francese. A me piacciono i film francesi e quindi questo romanzo si merita tre stelline. Solo per quello.

Cristina, 2 stelline
Molto francese, molto scontato, abbastanza noioso. Ci sono alcune parti molto ben caratterizzate, quasi sorprendenti, che fanno pensare che l'autrice si sia effettivamente occupata di persone in difficoltà o anziane. Purtroppo si perdono in rigagnoli e rigagnoli di discorsi diretti e di insopportabili puntini di sospensione (...). Scontata la trama, ma con un bel finale molto carino.

A proposito: questo libro è anche un film e la protagonista Camille è interpetata da Audrey Tautou, l'indimenticabile Amélie Poulain de Il mondo di Amelie nientepopodimeno. Magari lo cerco. A chi interessasse il titolo italiano è Semplicemente insieme.

Ci si vede il 15 ottobre, solita ora. Libro del mese Gli anni al contrario di Nadia Terranova. 


 

giovedì 26 settembre 2019

The Mars room.

Rachel Kushner
Non sentirete mai nessuno definire comune l'aspetto di un uomo. L'uomo comune significa l'uomo medio, un uomo tipico, un lavoratore infaticabile e perbene che si dà da fare, dai sogni e dalle risorse modesti. Una donna comune è una donna da poco. Una donna da poco non merita rispetto e perciò ha un valore ben preciso, un valore da poco.

Romy Hall è una spogliarellista. Giovane, bella, sbandata. Nella sua vita ha pochi punti fermi. Uno è il figlio, Jackson, l'altro la prigione. Perchè Romy sta scontando un doppio ergastolo, senza possibilità di libertà vigilata. E mentre lei è in prigione, e la sua vita si intreccia con quella di altri prigionieri e con il personale del carcere, Jackson è fuori, solo e indifeso, in balia dei servizi sociali.

The mars room ci fa incontrare Romy nel suo viaggio verso la prigione dove sconterà la sua pena. Non sappiamo ancora di che delitto si sia macchiata, sappiamo solo che è stata condannata all'ergastolo. Già dal viaggio, dall'inumanità e dalla mancanza di empatia che accomuna prigionieri e carcerieri, è evidente la critica feroce dell'autrice al sistema giudiziario americano, un sistema che non consente speranza e redenzione, in cui se sei povero e donna, e se la vita non ti ha concesso sconti e possibilità, allora non avrai nemmeno quello che dovrebbe essere concesso a tutti - almeno sulla carta - ovvero una difesa efficace.

Non è un personaggio gradevole Romy. E' fredda e dura, e non alberga in lei alcun pentimento o ripensamento per il delitto che ha commesso, peraltro davanti al figlio che pure teneramente ama. Ma l'uomo che ha ucciso la tormentava, la seguiva, la "stolkerizzava". Arriva al punto di seguirla in un'altra città, ossessionato dall'idea che ha di lei e che ben poco ha in comune con la vera Romy che quando se lo trova davanti lo uccide. Uccide chi, per l'ennesima volta, le impedisce di rifarsi una vita, le toglie la possibilità di essere altro che la spogliarellista carina ma sbandata.

The mars room è un libro particolare, che piacerà a chi riesce a empatizzare con Romy, a riconoscere nel percorso di lei le storie di chi è nato svantaggiato e non è riuscito a farcela nonostante le avversità. Agli altri... probabilmente molto meno.

Carcere femminile della California centrale cui si ispira
quello del libro
E' un libro duro, come il tema che affronta, in cui gli spiragli di speranza sono pochi e rari. I personaggi sono tutti o quasi sgradevoli e l'intrecciarsi di più storie crea confusione tanto che a volte non si capisce chi sia il protagonista dei vari capitoli.  Più di tutto pesa la cappa di violenza e sopraffazione che permea il racconto: violenti sono i prigionieri tra di loro, le guardie con i prigionieri e con chi nel carcere lavora (come giustamente dice Annarita anche loro scontano il loro ergastolo, vivono isolati dal mondo come prigionieri pur non essendolo), persino chi nel carcere lavora per un breve periodo che forse lo fa per difendersi ma viene da chiedersi se valga la pena perdere la propria umanità per salvare un po' di orgoglio.

Consigliamo la lettura di questo libro? Dipende. Sicuramente non lo consiglierei a chi passa un periodo difficile, ma è un libro che - pur scomodo e pesante - forse dovrebbe essere letto per capire quanto si è fortunati ad essere nati dalla parte "giusta" della città (non occorre del Mondo).

Magari ce la facevamo ugualmente, ma sarebbe stato tutto più difficile.

Libro del mese di agosto: Insieme, e basta di Anna Gavalda.