domenica 5 marzo 2017

Il mio 2016 in libri... Monica.

Sto facendo una riflessione fra me e me su quale sia stato il libro letto nel corso del 2016 che mi è piaciuto di più. E non ho il minimo dubbio: "Stoner" di John Williams. Il più mediocre ed insulso? "Quartetto" di Jean Ryhs. Per gli autori italiani, un romanzo da me sempre snobbato, ma che invece ho letto piacevolmente: "Il prete bello" di Goffredo Parise...
Tutto qui. Tanto per dire qualcosa, così, ogni tanto....


Stoner è il racconto della vita di un uomo tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta del Novecento: William Stoner, figlio di contadini, che si affranca quasi suo malgrado dal destino di massacrante lavoro nei campi che lo attende, coltiva la passione per gli studi letterari e diventa docente universitario. Si sposa, ha una figlia, affronta varie vicissitudini professionali e sentimentali, si ammala, muore. È un eroe della normalità che negli ingranaggi di una vita minima riesce ad attingere il senso del lavoro, dell'amore, della passione che dà forma a un'esistenza.

Ma chi è Stoner?
Il libro narra la vita di Stoner. Ma chi è veramente Stoner?
Un uomo come tanti che per quieto vivere si lascia scorrere addosso le cose negative della vita senza reagire?
Oppure un uomo che nonostante tutto riesce a trovare rifugio nelle sue passioni: la letteratura e l’insegnamento opponendosi alla vita segnata che lo voleva contadino?
Potrebbe essere un anti eroe o eroe perché decide di non partire per la guerra, un uomo per bene che resiste coraggiosamente alle tirannie di una moglie affetta da disturbi bipolari, un papà meraviglioso che accudisce la figlia da piccola, ma poi incapace di “riacciuffarla” quando da grande scappa volontariamente da casa, diventando alcolizzata. Testardo in qualche occasione, passivo in molte altre.
William Stoner: un uomo, con tutti i suoi umani limiti. Ma quanta rabbia provocano i suoi "non importa, va bene così".
L’autore non prende mai posizione, semplicemente racconta la vita di quest’uomo e lo fa decisamente bene. Un libro pervaso di malinconia da cui ognuno può trarre le sue conclusioni/riflessioni. Da leggere e da leggere fino alla fine perché le ultime pagine sono meravigliose.

Nel 1953 Goffredo Parise si trasferisce a Milano, dove ha trovato lavoro presso un grande editore. Ha pubblicato due romanzi che pochi conoscono – Il ragazzo morto e le comete e La grande vacanza – e ha il vago desiderio di scriverne un terzo che lo diverta e commuova «tanto da cacciare il freddo e la solitudine»: un romanzo «con molti personaggi allegri», ma soprattutto «estivo». Uscito nel maggio del 1954, Il prete bello riscuoterà un clamoroso successo. E rileggendolo oggi, quando ormai le etichette impugnate per celebrarlo o denigrarlo sono alle nostre spalle, ci accorgiamo che il suo segreto sta tutto in quella genesi: nella festosa eccentricità dei personaggi che popolano un labirintico e fiabesco caseggiato nella Vicenza del 1940, e di colui che saprà stregarli tutti: don Gastone, il «prete bello». Personaggi quali la ricca signorina Immacolata, con i suoi strani cappellini a piume e l’occhialino d’oro cesellato; le Walenska, madre e figlia, che si scaldano ingrandendo con una enorme lente l’unico raggio di sole che al tramonto penetra nella loro stanza; il cav. Esposito, che tiene sotto chiave le cinque figlie concupiscenti; Fedora, la cui rigogliosa natura si spande dagli occhi e da tutto il corpo, quasi che «dai pori uscisse un polline dolciastro»; e la cenciosa banda di ragazzi truffaldini e sentimentali che nei vicoli e sotto i portici cercano ogni giorno di sopravvivere trasformandosi in ladri, ruffiani e mendicanti – in particolare Sergio, il narratore, e il suo amico Cena. In tutti loro, nelle vene e nel sangue, l’atletico, elegante, vanesio don Gastone si infiltra come una passione oscura, violenta ma capace di dare improvvisamente vita – e come nel Ragazzo morto e le comete ci troviamo di fronte a «una sostanza poetica che ribolle e rifiuta di assestarsi entro schemi definiti»


Sedotta dal prete bello
Ci sono dei libri che entrano a far parte della tua vita e vi rimangono per sempre.
Altri che ti accompagnano per il fugace periodo della lettura. Ci sono libri che non puoi fare a meno di leggere e quelli che eviti come la peste per svariati motivi.
"Il prete bello" di Goffredo Parise, per quanto mi riguarda, apparteneva all'ultima categoria.
Poi all'improvviso, eccolo lì, è il libro proposto come lettura mensile ad un piacevolissimo gruppo di lettura e giorno dopo fuoriesce con la sua copertina rossa ed impolverata da uno scatolone pieno di vecchie edizioni tascabili Garzanti.
Ovviamente non può essere un caso! Semmai il caso grave è non averlo letto prima.
Gran bel libro, ben scritto, con quello stile che ti cattura facilmente e accompagna fino alla fine.
Un romanzo corale che mi ha ricordato prepotentemente "Cronache di poveri amanti" di Vasco Pratolini che da ragazzina avevo divorato.
Nella provincia veneta degli anni '30, in un quartiere povero ed in particolare in un caseggiato fatiscente, si muovono Sergio (voce narrante), la sua famiglia, gli amici, le vicine zitelle ed un corollario vario di personaggi particolari e ovviamente Gastone, il prete bello.
Un breve romanzo che fa sorridere, intristisce e che mi ha riportato indietro nel tempo, a certi racconti di vita vera che mi facevano i nonni.
E ora mi è scattato il desiderio di vedere o meglio rivedere con maggiore attenzione i film ispirati a questo romanzo di Parise. Sorridendo mi viene da dire: caspita don Gastone, miracolosamente hai stregato pure me!


Marya, giovane inglese sposata con il polacco Stephan, si sente, per la prima volta nella sua vita, «molto vicina a essere felice». Ed ecco che, da un giorno all’al­tro, il marito finisce in galera lasciandola senza un soldo né un amico al mondo. L’agognata felicità assume allora per un istante le sembianze di Heidler, facoltoso mercante d’arte, che però la trascina – sotto gli occhi compiacenti e maligni del­la moglie – in una lunga, torpida osses­sione. Sullo sfondo di una Parigi mai così crudele, in una Rive Gauche ingan­nevol­mente romantica e mondana, Marya finisce per trovarsi avviluppata in un tor­mentoso ménage à trois; e quando, con un palpito di disperata onestà, prova a lacerare il velo delle apparenze, com­prende che in quell’irrespirabile bohème i codici sociali pesano quanto e più che altrove. Schiacciata fra l’anelito a una vita rispettabile e la realtà obbligata del demi-monde, si scopre così condannata senza appello all’«esistenza grigia, spaventosa, dei derelitti»: un mondo irreale e al tem­po stesso terribilmente concreto, fatto di sordidi caffè e grame camere d’albergo, dove è impossibile trovare scampo alla tragica ineluttabilità della vita.

Persone insulse
Leggendo questo libro mi sarei aspettata di “respirare” la Parigi degli anni ’20, con la sua musica Jazz, gli artisti ed intellettuali seduti ai tavolini dei caffè, la moda di Coco, la voglia di vivere, il risveglio post-bellico e tutto ciò che affascina di quei famosi anni ruggenti.
Ma da questo libro, a quanto pare con una forte componente autobiografica dell’autrice, trapela solo una grande malinconia, tristezza e soprattutto mediocrità. Mediocrità di tutti i protagonisti. Nessuno a mio avviso si salva. La protagonista principale è Marya, inglese sposata con un “trafficone” polacco che quando finisce in carcere lasciandola senza soldi per sopravvivere nei miseri alberghi Parigini decide ad accettare l’ospitalità di una coppia di amici. E il gioco inizia…
E dopo 170 pagine circa per fortuna il romanzo finisce….



domenica 12 febbraio 2017

Si fa per sorridere... il ritorno!






Un libro da rileggere con calma...

Il fucile da caccia è un libro breve, ma decisamente non superficiale, o leggero. E' scritto con stile leggero, questo si, e si vede che l'autore, Yasushi Inoue, è stato giornalista, oltre che poeta e scrittore.
Ambientato nell'immediato secondo dopoguerra racconta di un poeta che un giorno vede, di spalle e da lontano, un cacciatore che cammina, fucile in spalla e cane da caccia al fianco.
L'immagine lo colpisce, e lo ispira. Così quando un amico gli chiede un'opera per un periodico dedicato alla caccia manda la sua poesia che viene pubblicata.
Insicuro della qualità della poesia l'uomo teme le opinioni dei lettori della rivista, ma una sola reazione giunge alla sua casa, ed è una lettera di un uomo che nella descrizione del cacciatore si è riconosciuto, e invia al poeta che non lo conosce e non lo conoscerà mai tre lettere che gli sono state inviate.
Sono le lettere delle tre donne più importanti della sua vita, sua moglie, la sua amante, la figlioccia.
Non vi dirò cosa scrivono le tre donne, e attorno a quale evento tragico si muova in realtà il racconto, ma alla fine della storia la vita di tutti i personaggi sarà cambiata, per sempre. Rimarrà solo il poeta, depositario di una verità che non gli appartiene, spettatore di quattro vite che non sfiorerà mai di persona, ma di cui conosce i più nascosti segreti.

Il libro è stato scelto da Rita. Come detto è breve, ma tutt'altro che leggero. Anzi. Le tematiche che affronta sono tante e importanti. Parla di incomunicabilità e di solitudine, di come non conosciamo mai davvero le persone che ci stanno accanto, di come a volte viviamo senza voler vedere la realtà delle cose, di come a volte non riusciamo a prenderci le nostre responsabilità, e la responsabilità dei nostri errori e dei nostri sentimenti.
Parla di come sia più facile accettare di vivere nella menzogna per non alterare con la verità equilibri in cui in fondo in fondo stiamo comodi, perchè cambiare fa paura, la verità fa paura.
E come alla verità non sia possibile sfuggire, perchè prima o poi un piccolo gesto rivelatore, una parola, anche solo una espressione fugace riveleranno ciò che stiamo nascondendo e farà crollare il nostro castello di carte.
A volte il castello regge, a volte, come nel caso de Il fucile da caccia, rimangono solo rovine e solitudine. Una solitudine che spinge a rivelarsi a un estraneo, piuttosto che cercare di rialacciare rapporti ormai distrutti.

La discussione sul libro è stata ampia e anche accesa, a volte, ma forse quello erano le birre che Zaffira ci ha offerto a inizio cena!
C'è chi ha evidenziato come spesso sia più facile rivelare i propri segreti a estranei piuttosto che a chi ci vive accanto, e come a volte proprio chi ci vive accanto non si accorga di come stiamo veramente, non veda, o non voglia vedere, cosa ci succede.
Chi ha trovato tragica la figura dell'amante, chi quella - altrettanto ambigua - della moglie, chi più di tutto ha provato empatia per la figlia dell'amante, privata prima del padre, poi della madre e infine di tutta la famiglia che conosceva o credeva di conoscere.
C'è chi ha trovato tutti colpevoli di omissione, perchè poi, a ben vedere, laverità era lì davanti a tutti, e a tutti conveniva non rivelarla, per poter vivere negli agi, o nello status quo in cui tutti, più o meno, stavano bene.
Direi che il libro ci è piaciuto, e che se ha dei difetti è quello di essere forse un poco freddo, e lo stile un poco noioso.
Su una cosa siamo quasi tutti d'accordo: è un libro che per essere davvero apprezzato deve essere riletto una seconda, ma forse anche una terza volta.

Per ora ho trovato solo due recensioni:
Stefania che lo valuta 4 stelle
Un libro sui sentimenti repressi e nascosti anche a sé stessi. Un cacciatore viene casualmente incontrato per strada da un poeta che coglie il suo stato d'animo e scrive una poesia su di lui. Riconoscendosi negli occhi di uno sconosciuto che è l'unico che per pura intuizione lo abbia capito, il cacciatore gli manda tre lettere che ha a sua volta ricevuto e che riassumono la sua vita. Un libro che ho letto in un giorno di un fiato ma che meriterebbe di essere riletto con calma.

Cristina, tre stelle
Tre lettere, tre addii. E la vita di un uomo che sembra avere tutto si rivela un fastello di bugie tenute in piedi dall'ipocrisia di uno status quo che comunque faceva comodo a tutti. Nel mezzo l'incapacità di parlarsi e di prendersi le proprie responsabilità nei confronti dei propri e degli altrui sentimenti, delle proprie e delle altrui azioni. Nell'ultima lettera si svela un ulteriore segreto (o cattiveria) che potrebbe rendere ancora peggiore il vissuto di questi personaggi che riescono a essere sinceri solo quando è troppo tardi e con chi non li conosce e non li conoscerà mai.
Nelle atmosfere e negli ambienti secondo me molto poco giapponese, e assai britannico: probabilmente è questa immagine del cacciatore con setter a fianco che poco concorda con la mia visione di tutto ciò che è nipponico.


Libro del prossimo mese: Al giardino ancora non l'ho detto di Pia Pera, proposto da Marilaura.


Ci si incontra martedì 7 marzo, alle 20.00, a Casa di Zaffira.


domenica 29 gennaio 2017

Il mio 2016 in libri... Cristina

L'idea di un "riassunto" del 2016 in libri l'ho rubata a Monica che ne ha fatto un post su Fb. Siccome I mediocri imitano, i geni copiano (frase di Pablo Picasso, pare, ma le fonti sono incerte) ecco la prima cavia, ovvero Cristina. E Monica? Eh, il post glie lo volevo rubare in toto, un bel copia incolla e zac, lavoro fatto. Ma mi pareva brutto, oltre che leggermente illegale, e allora ho pensato che la torchio per bene alla prossima riunione e poi la pubblico.

Cristina
Il mio anno in libri? Misero direi. Ho letto molto meno del solito, presa da una crisi di lettura che sinceramente mi assilla da qualche anno. Da una precedente fase di poca lettura sono uscita proprio partecipando al Club di lettura, che mi ha aperto orizzonti nuovi in un pianoro di letture davvero settoriali.
Ho sia un profilo Anobii che uno Goodreads e mi picco di commentare e votare tutto ciò che leggo quindi direi senza tema di smentita che il mio libro del 2016 è stato:
Il giardino delle nebbie notturne di Tan Twan Erg
Dopo aver terminato gli studi in legge a Cambridge e aver dedicato molti anni nel perseguire i criminali di guerra giapponesi, Yun Ling Teoh, a sua volta sopravvissuta a un brutale campo di concentramento, cerca rifugio tra le piantagioni nel nord della Malesia, dove ha trascorso la sua infanzia. Lì scopre l’esistenza di un giardino giapponese, Yugiri, il cui proprietario e creatore è l’enigmatico Aritomo, un tempo giardiniere dell’Imperatore del Giapponese e ora in esilio. Nonostante il suo odio per i giapponesi, Yun Ling tenta di assumere Aritomo perché realizzi un giardino a Kuala Lumpur, in memoria della sorella morta nel campo. Aritomo rifiuta, ma accetta Yun Ling come apprendista “fino all’arrivo dei monsoni”, momento in cui lei sarà in grado di disegnare un giardino da sola. Con il passare dei mesi, Yun Ling stabilisce inconsapevolmente un profondo legame con il suo “sensei” e la sua arte mentre, fuori dal giardino, giungono gli echi della guerriglia. Ma il Giardino è anche un luogo pieno di misteri, e ognuno di loro custodisce un segreto…

E' il mio unico 5 stelle dell'anno se si esclude Guida quasi galattica per volontari animalisti: Come sopravvivere e rimanere sani di mente di Fabiana Rosa e Progetto Quasi, ma per quanto sia un gran bel libretto lo ho adorato per motivi di cuore e non di lettura.
Come si diventa volontari? Quali sono le buone prassi da seguire e i comportamenti da evitare?
La penna ironica e irriverente di Fabiana Rosa, presidente di Progetto Quasi, ci conduce in una sorta di mondo parallelo, quello del volontariato animalista appunto, mettendo in luce tutto quel che di buono c'è e tutto quel che può e dev'essere migliorato. Da come scrivere un appello per un cane o un gatto in adozione, a come valutare i possibili adottanti, a come mettere le basi per avviare un'associazione e anche qualche storia a lieto fine, di quelle che aprono il cuore.
Una collezione dei suoi scritti migliori; una guida preziosa, completa e a tratti esilarante che si fa leggere tutta d'un fiato.


Per il resto ho dato alcune 4 stelle, molte tre e stroncato il resto.
Direi che nel 2016 non ho incrociato alcun libro che mi abbia colpito al cuore di lettrice, uno di quei libri che hanno difetti, gli altri snobbano ma tu ami oltre ogni ragionevole razionale ragione e questo mi manca parecchio, da brava lettrice emotiva.
Si, mi sono piaciuti Stoner e Ladri nella notte, letti per il Club,  e - sorprendentemente - Le quattro casalinghe di Tokyo che ho letto spinta dalla curiosità. Nonostante qualche delusione la maggior parte delle serie che seguo da anni si sono fortunatamente mantenute a un buon livello, e qualche bel libro l'ho letto grazie a recensioni lette di qua e di là o consigliata dagli altri membri del CLub o da amici ma nisba colpi di fulmine nel 2016.
Speriamo il 2017 sia migliore.

domenica 22 gennaio 2017

La bellezza delle cose fragili.


La bellezza delle cose fragili è il primo (e finora unico) libro di Taiye Selasi, scrittrice, fotografa ma anche sceneggiatrice e autrice di documentari; nata a Londra da genitori di origini ghanesi e nigeriane, vive tra Boston, New York, New Delhi, Roma. Parla infatti anche italiano, il che le ha permesso di diventare "giudice" in un reality dedicato alla scrittura andato in onda qualche anno fa con poco successo.
Il programma le ha comunque consentito di colpire l'attenzione del pubblico, sia per la competenza che per l'innegabile bellezza.
Il libro ha più di qualche aspetto autobiografico, a partire dalle figure del padre, ghanese, che abbandonò la famiglia quando l'autrice era molto piccola, alla madre, nigeriana, all'avere una gemella.
Per quanto bello, il titolo italiano ha meno attinenza alla storia di quello originale, Ghana must go, che fa riferimento all'espulsione dalla Nigeria, nel 1983, di milioni di immigrati, la maggior parte ghanesi. Molti di questi si trasferirono negli USA, per studiare e fare fortuna, i loro beni stipati in grandi borse a quadri, rossi e blu, che si chiamano proprio così: ghana-must-go bag.
La bellezza delle cose fragili è la storia di una famiglia; il padre, Kweku Sai, chirurgo; la madre, Fola, straordinaria e bellissima; i quattro figli, due maschi e due femmine, straordinari anch'essi, ma fragili e segnati dalle decisioni dei genitori, soprattutto da quelle del padre. Il libro si apre proprio sulla morte di Kweku, per infarto, a 58 anni, in Ghana, da solo. Cosa ha portato questa famiglia che si amava a dividersi così brutalmente, ad allontanarsi con una forza centrifuga che pare inarrestabile? Riuscirà, un evento tragico come la morte del capofamiglia, di colui che ha causato la divisione, a riunirli di nuovo?
Il libro è molto bello, la scrittura preziosa, la trama un continuo rimando tra passato e presente, i protagonisti restano nella memoria del lettore, nonostante i nomi - per noi - impossibili. Più che la narrazione lascio parlare la recensione di Daniela, che ha proposto il libro, che secondo me lo riassume davvero bene:
Famiglie infelici
Più che la diaspora dei nuovi africani che fuggono dai loro Paesi in cerca di realizzazione in occidente (in questo caso gli Stati Uniti) il libro è incentrato nel racconto della disgregazione di una famiglia, nella solitudine che ognuno porta dentro di sè e che non viene "curata" all'interno della famiglia. Già il fatto di partire da un Paese che non offre altro che miseria, per vedere realizzate le proprie aspirazioni (ma il fatto di essere negri è oggetto di discriminazione anche sul lavoro), già questo è fattore di solitudine e di mancanza di radici, di sentirsi abbandonati in un Paese sconosciuto e con poche relazioni, ancora più disgregante l'abbandono della famigllia da parte del padre, le schegge disgregate sono i figli, che se ne vanno ognuno con il proprio bagaglio di dolore, di incomprensione, di infelicità, di mancanza di un nucleo. Sarà la morte del padre a riunire queste particelle.
Il libro affronta un tema molto forte e lo fa capire anche molto bene. Peccato tante parti ripetitive ed inutili, peccato questo montaggio di flashback che non aiuta ad entrare nel racconto molto bene, si fa un pò fatica a raccogliere i fili.

Resto sorpresa dal voto finale di Daniela che da al libro solo tre stelline. Molto più alto il voto di Monica, che lo valuta il massimo consentito, ben 5 stelle:
Divorato con voracità.
Da parecchio tempo non mi capitava di farmi “assorbire” così tanto da un libro, anche se mi rendo perfettamente conto che non è un libro per tutti e la cui lettura è strettamente legata allo stato d’animo del momento.
Dì per se racconta la storia di una famiglia. Un uomo che parte dal Ghana e una donna che parte dalla Nigeria e si ritrovano negli Stati Uniti dove mettono al mondo 4 figli, di cui 2 gemelli.
Un racconto a flash-back con i vari punti di visti dei personaggi. Introspezione pura che si racchiude tutta nelle parole non dette, nell’orgoglio individuale, nelle piccole gelosie così umane e vere e che fanno parte dell’amore.
Una scrittura brillante, a volte fin troppo ossessiva nelle ripetizioni dei concetti, ma così forte, sensibile, vibrante e lacerante che non può lasciare indifferenti.
Certo, mi ripeto, il libro deve capitare fra le mani al momento giusto….
Sconsigliato a chi ama l’azione.

Nel mezzo, come voto almento, la recensione di Cristina che gli da 4 stelle. La sua opinione però, va presa con le pinze. Ha letto il libro nel 2014, in un altro periodo della vita, e forse oggi la penserebbe in maniera diversa ma  per una volta ha fatto la pigrona e non lo ha riletto. Quindi ecco qui la sua recensione (lungherrima e spoilerrima al massimo, ergo: non leggetela se non volete sapere troppo sulla trama):
Una diaspora del cuore.
Un altro racconto che, mi perdoni il buon Tolstoj, racconta come "ogni famiglia infelice è infelice a modo suo", ma che sotto sotto, almeno nei libri, i motivi son sempre quelli. La bellezza delle cose fragili (ok, qui capisco perchè è stato scelto sto titolo, ma molto meglio e più sensato l'originale "Ghana must go" che fa riferimento alla espulsione forzata dal paese di molti ghanesi, piuttosto che questo poetico non senso) ci racconta la storia di Kweku e Fola, della loro famiglia, di come si sono separati, di come si riuniscono. Il percorso è doloroso per tutti, ma almento alla fine per questa famiglia, o meglio per coloro che rimangono, un qualche spiraglio di possibile felicità si apre, o almeno così spero. La prima parte è poetica, ben scritta anche se lo stile dell'autrice non mi piace molto: mi pare troppo studiato, forzato. Da una parte dimostra l'impegno, ma dall'altro mi ha affaticato. Poi francamente per quanto bella sta parte sembrava interminabile: oltre 100 pagine per arrivare alla morte di Kweku. Al 30% del file sto benedetto uomo stava ancora morendo d'infarto! Mi era venuta voglia di finorlo io, a schiopettate, così almeno la storia cominciava. Il racconto è tutto un rewind, fast forward al momento attuale, salto di punto di vista, ritorno a Kweku, rewind, ecc. ecc. Dopo fortunatamente la storia ingrana, con la parte ambientata in Usa abbastanza scorrevole, ed una molto bella ambientata in Ghana (è quella che mi è piaciuta di più, fosse altro perchè almeno si stava arrivando da qualche parte). Il finale (per quanto scontato e del resto è una storia familiare, dove volevi andasse a parare), ha il pregio di non essere consolatorio più di tanto, e lascia intravedere che se passi avanti sono stati fatti certo non tutto è risolto e di lavoro da fare, per questa famiglia, ne rimane moltissimo. Tutto basato sui personaggi (non succede particamente nulla di esterno) ha proprio in questo il suo limite, secondo me, perchè per quanto ci si affezioni a loro, sono tutti stereotipati: il figlio maggiore responsabile, c'e, la figlia gemella brillante ma che si scopa il professore, c'e, l'artista tormentato, c'e, la piccola grassoccia e ovviamente bulimica, pure questa c'e, la madre imperfetta da ammirare e colpevolizzare (a scelta) c'è, il padre fuggitivo pure. C'è da chiedersi perchè se una tragedia colpisce una famiglia questa quasi sempre preveda che il padre fugga (come qui) o la madre muoia (no, questo qui non c'è, fortunatamente). Nel mezzo non manca ovviamente l'abuso sessuale (e te pareva), ma come molto spesso accade, questo è usato purtroppo come "mezzo narrativo" e, temo, senza una vera partecipazione dell'autice al dolore dei suoi personaggi (magari anche no, nulla conosco della biografia dell'autrice se non che, a quanto pare da altre recensioni, è figa. Come questo sia rilevante non lo so, ma tanto è). La Selasi secondo me ha comunque caricato di talmente tante sfighe sti personaggi che poteva tranquillamente evitargli almeno quello, così come l'altrettanto stereotipato rapporto simil incestuoso tra fratelli gemelli. PS: quello che secondo me era il personaggio più interessante (il gemello artista) è anche quello meno definito,.secondo me perchè mentre più o meno gli altri sono una proiezione dell'autrice (Taiwo soprattutto, ma anche Sadie) con Kheinde la cosa non funziona o meglio la Selasi non sa cosa fargli fare e dire, così poveraccio alla fine è solo la parte maschile di Taiwo. Peccato. 
Ecco, per dire, Cristina non ha esattamente il dono della sintesi...

Libro del prossimo mese, stavolta scelto da Rita dopo regolare estrazione, è Il fucile da caccia di Inoue Yasushi.
Prossimo incontro martedì 7 febbraio, ore 20.00, da Zaffira.

giovedì 29 dicembre 2016

Lo schiavista

“Potremmo star qui a discutere in eterno riguardo a ciò che costituisce l’uguaglianza di fronte alla legge, così come viene definita proprio da quegli articoli della Costituzione che l’imputato è accusato di aver violato. Nel tentativo di riportare in vita la propria comunità attraverso la reintroduzione di norme, come la segregazione razziale e la schiavitù, che, data la storia culturale dell’imputato stesso, hanno finito, nonostante la loro pretesa incostituzionalità e inesistenza, con il definire tale comunità, l’imputato ha fatto emergere una debolezza fondamentale nel modo in cui noi, in quanto americani, sosteniamo di considerare l’uguaglianza. “Non mi importa se sei nero, bianco, marrone, giallo, rosso, verde o viola”. L’abbiamo detto tutti. In teoria questa affermazione doveva dimostrare che la nostra visione delle cose era priva di pregiudizi, eppure chiunque di noi, se venisse dipinto di viola o di verde, sarebbe fuori di sé dalla rabbia. Ed è questo ciò che sta facendo l’imputato. Ci sta dipingendo tutti, sta dipingendo questa comunità di viola e di verde, per vedere chi ancora crede nell’uguaglianza.”
Il libro di dicembre è Lo schiavista di Paul Beatty, libro che ha vinto diversi premi prestigiosi quali il National Book Critics Circle Award e il Man Booker Prize.
Copio la sinossi della trama dalla terza di copertina: So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato". Questo l'inizio della storia di Bonbon. Nato a Dickens - ghetto alla periferia di Los Angeles - il nostro protagonista è rassegnato al destino infame di un nero della lower-middle-class. Cresciuto da un padre single, controverso sociologo, ha trascorso l'infanzia prestandosi come soggetto per una serie di improbabili esperimenti sulla razza: studi pionieristici di portata epocale, che certamente, prima o poi, avrebbero risolto i problemi economici della famiglia. Ma quando il padre viene ucciso dalla polizia in una sparatoria, l'unico suo lascito è il conto del funerale low cost. E le umiliazioni per Bonbon non sono finite: la gentrificazione dilaga, e Dickens, fonte di grande imbarazzo per la California, viene letteralmente cancellata dalle carte geografiche. È troppo: dopo aver arruolato il più famoso residente della città - Hominy Jenkins, celebre protagonista della serie Simpatiche canaglie ormai caduto in disgrazia -, Bonbon dà inizio all'ennesimo esperimento lanciandosi nella più oltraggiosa delle azioni concepibili: ripristinare la schiavitù e la segregazione razziale nel ghetto. Idea grazie alla quale finisce davanti alla Corte Suprema.

A discutere del libro (pasteggiando e bevendo allegramente) eravamo in sette: Rita, Monica, Marilaura, Daniela, Cristina, Stefania e Zaffira ma solo Cristina e Monica lo hanno finito. Le altre sono state tutte stroncate dallo stile di scrittura, moooooolto americano. Tanto che la sensazione è quello di un monologo di un comico (di colore) che racconta la sua storia piena di episodi assurdi, anche divertenti all'inizio, ma che alla lunga stancano. La storia stessa è eminentemente "americana", piena di citazioni, riferimenti, situazioni e chi più ne ha più ne metta che - almeno per noi - solo chi conosce bene gli Stati Uniti e le infinite sfumature della loro cultura, anzi delle infinite culture che compongono il cosiddetto melting pot americano, può comprendere appieno.
Purtroppo nessuna di noi pare disporne.
Il cast del telefilm Simpatiche canaglie, molto citato nel libro
Per curiosità ho dato una occhiata alle critiche su Goodreads e devo dire che i lettori USA danno, in media, una ottima valutazione al libro, il che parrebbe confermare che il backgroud culturale del lettore in questo caso incide parecchio nel piacere (o non piacere) della lettura.
Ho trovato, data la resa della maggior parte di noi, solo le recensioni di Monica e Cristina. Entrambe danno al libro 2 stelline.

Monica (aka La verde Monica)
Troppo americano.
Idea interessante quella sviluppata in questo libro dal titolo rivelatore, ma di difficile lettura e comprensione, nonostante il tono ironico utilizzato.
Troppo americano per essere compreso fino in fondo da chi americano non è
.

Cristina
Libro difficile, almeno per me. Non ho difficoltà ad ammettere che non c'ho capito molto, intriso com'è di una americanicità che credo solo un nativo o chi gli USA li conosce bene può capire veramente. La scrittura è, secondo me, pregevole, piena di giochi di parole e citazioni. Peccato che con me fossero tutte sprecate, dato che sono italiana, bianca (anzi, na mozzarella proprio), femmina, borghese e, fortunatamente, non sono mai stata discriminata in vita mia, o se lo sono stata non me ne sono accorta. L'ho finito, ma è stato per senso del dovere. Gli ultimi capitoli aiutano a capire il libro ma l'epifania arriva un filino troppo tardi.

Durante la serata ovviamente non abbiamo parlato solo di libri ma abbiamo allegramente e serenamente parlato di noi, di festività, di alberi di Natale, di gatti e di lavoro, come giustamente si fa quando si incontrano gli amici. E in piena amicizia ci siamo scambiati i libri del Babbo Natale libresco, tutti ben impacchettati, devo dire, anche se come ci ha ricordato Daniela la prossima volta li impacchettiamo tutti in un quotidiano, così sarà garantita la completa anonimicità dello scambio.
A me, devo dire, è andata bene, ho pescato un libro che volevo leggere da molto :).

Libro di gennaio, invece, sarà La bellezza delle cose fragili di Tayie Selasi:

Prossimo appuntamento martedì 17 gennaio 2017, a casa di Zaffira, alla solita ora.
Buone letture a tutti!

giovedì 8 dicembre 2016

Babbo Natale libresco!

E' Natale, siamo riusciti a ritagliarci una serata anche in questo mese gremito di impegni e allora riproponiamo una bella iniziativa: il Babbo Natale libresco.
Ciascuno di noi la prossima serata porterà, misteriosamente impachettato, un libro.
Non importa se sia nuovo, usato, riciclato, se sia uno dei nostri preferiti o non ci sia piaciuto affatto, se sia stato scelto con cura o solo perchè ci piaceva la copertina.
Durante la cena il libro sarà messo, assieme agli altri, sulla tavola e ciascuno prenderà - a caso - un pacchetto.
Se la pesca sarà felice, bene, altrimenti pazienza.
Ho presto capito che ciò che a me non piace è per un altro un inestimabile tesoro.
A ciascuno il suo libro, a ogni libro il suo lettore.

:)