martedì 23 maggio 2017

L'erba canta

Doris Lessing è stata una grande scrittrice britannica il cui talento indiscutibile ha spaziato in diversi generi, rifiutando ogni etichetta e ogni definizione. Nel 2007 ha vinto il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: cantrice dell'esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa. Immagine poetica vero? Chissà se le è piaciuta o, come tutte le altre "incasellature" del suo talento e della sua vita l'ha irritata?
L'erba canta è il suo primo romanzo e la storia raccontata, pur filtrata dal talento dell'autrice, ha molti punti in comune con i primi anni di vita dell'autrice stessa. Mary e Dick, i protagonisti, sono molto probabilmente i genitori della Lessing, e l'ambiente sudafricano quello in cui l'autrice ha vissuto o comunque ha conosciuto piuttosto bene.
L'Africa di L'erba canta non ha nulla di poetico e gli uomini e le donne che la abitano non sono impegnati in una epica lotta per sopravvivere alla natura, matrigna e materna insieme, descritta in tanti libri; sono invece avidi sfruttatori tanto della Terra, cui nulla restituiscono, che degli uomini, dei negri cui non riconoscono, non possono riconoscere l'uguaglianza di essere umano perchè altrimenti come potrebbero mantenere le loro abitudini e il loro stile di vita? Come potrebbero anche solo sopravvivere e avere rispetto di se stessi?

L'erba canta racconta dell'infelice matrimonio tra Dick, sognatore inconcludente, e Mary, trentenne che pur indipendente e felice della sua vita da impiegata cittadina si lascia sconvolgere da una cattiveria sussurrata a una festa. Così turbata, di fatto, da mettere in discussione tutta la sua vita e da prendere la disastrosa decisione di sposare Dick che di lei si è innamorato - se così si può dire - dopo averla solo intravista in un cinema.
Il matrimonio è l'unione di due solitudini che non trovano mai un vero punto d'incontro e di vera sintonia, chiusi ognuno nel proprio mondo, incapaci di affrontare la verità della loro vita e dei loro problemi che non cercano nemmeno di risolvere, limitandosi a ignorarli.
Per molti aspetti è la storia di possibilità tradite, ma non dal fato crudele, ma dall'incapacità della coppia di avere un obiettivo comune e condividerlo.
Lentamente Mary scivola nella depressione più profonda, incapace di prendere una qualsiasi decisione se non quella di cercare di tornare a un mondo cui non appartiene più e che la rifiuta, così come lei rifiuta la sua nuova vita cui non riesce ad abituarsi. In balia degli eventi e dei progetti, sempre fallimentari, di Dick, perde salute e ragione e alla fine anche la vita, per mano di Moses, un nero con il quale, in qualche maniera, costruisce un rapporto, la cui natura non è chiara.
Se Dick e Mary sono estremamente ben descritti, infatti, Moses rimane oscuro, semplice mezzo per la tragedia che incombe di avverarsi, figura strumentale e indefinita.

Il libro, la cui qualità letteraria non discutiamo, è onestamente angosciante. Pure deprimente, tanto che non ne consigliamo la lettura se si è tristi. Molto ben scritto, nonostante sia un'opera prima, dimostra una straordinaria capacità di capire e trasportare sulla pagina i moti interni e i sentimenti dei protagonisti: la depressione di Mary è palpabile, il lettore ne viene risucchiato, e si esaspera per i fallimentari inconcludenti progetti di Dick che comunque ama la sua terra, e ne ricava, in qualche maniera, anche gioia e soddisfazione.
Meno definiti, anche se le poche descrizioni ce li restituiscono a tutto tondo, i vicini di casa e il giovane amministratore della tenuta cui tocca il ruolo di testimoni della tragedia: Moses uccide Mary.
Ma è proprio nel delitto che si trova il punto debole del racconto. I rapporti tra Moses e Mary non sono chiari, potrebbero essere tanto amanti che avere un rapporto di dipendenza, si dice solo che viola le regole non scritte della società sudafricana, il tabù del riconoscimento del nero come eguale, come essere umano. Nulla viene detto di Moses, di quello che pensa o prova.
Forse la Lessing riteneva ovvie le motivazioni; noi, figli di ben altra società e di ben altro tempo probabilmente avremmo avuto bisogno di qualche spiegazione in più.

Divise le opinioni:
Monica 3 stelle
Difficile venga il "mal d'Africa"
Ho sentito il caldo opprimente e condiviso la noia con la protagonista borbottando con quell’ostinato orgoglio che rende complicati tutti i rapporti umani e poi, finalmente, il libro è terminato; altrimenti sarei impazzita anche io! Non ho letto molti altri libri della Lessing, ma da quel poco mi sono fatta l’opinione che questa autrice sia davvero molto brava nel caratterizzare i suoi personaggi facendo emergere la loro natura più recondita. Forse, in questo romanzo, fin troppo. E’ un libro senza speranza, con quell’epilogo tragico che fa capolino fin dalle prima pagine.
Un’ Africa che non affascina.

Cristina 1 stella
'Na palla. E che ve devo dì, per me 'na palla.

Dalla discussione è emerso che a Stefania è piaciuto, anche se lo ha trovato angosciante, e che Zaffira, pur amando la Lessing, non lo trova del tutto convincente. Su Anobii Daniela gli ha dato 4 stelle ma non ho trovato la recensione. Se me la manda aggiorno il post.

La prossima serata si terrà martedì 20 giugno, da Miffi.
Libro del mese, scelto da Monica, Le otto Montagne di Paolo Cognetti.




giovedì 20 aprile 2017

A casa tutto cominciò a crollare...

Tolstoj scrisse che Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.
Non so se sia perché la felicità non è interessante, dal punto di vista narrativo, ma l'aforisma di Tolstoj ha sicuramente seguito, in libreria.
Storia di una famiglia infelice è anche L'ibisco viola, di Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice di origini Nigeriane, classe 1977, che ha finora prodotto tre libri e un paio di saggi, molto premiati, incentrati prevalentemente su figure femminili.

Apparentemente perfetta, la vita di Kambili, quindicenne di Enugu in Nigeria, è molto diversa da quanto appare. Il padre, Eugene, agli occhi della comunità padre e marito perfetto, è in realtà un fanatico cattolico ossessionato dal peccato, violento e asfissiante. La madre, anche se amorevole, non riesce a proteggere se stessa e i figli, prigioniera prima di tutto della propria incapacità anche solo di immaginare una vita vissuta al di fuori dal ruolo di moglie e di madre. Quando Kambili e il fratello Jaja si trasferiscono dalla zia Ifeoma, donna indipendente che lavora all'Università di Nsukka, e scoprono che un'altra vita è possibile, tutto inizia a crollare.

L'ibisco viola è il primo dei romanzi della Adichie, e si vede sia nella qualità della scrittura, meno incisiva che nelle opere più recenti, che nella trama che si concentra esclusivamente nell'interno familiare, lasciando poco spazio alla complicata storia civile della Nigeria e alla sue tradizioni che vengono solo brevemente descritte e citate.
E' sostanzialmente un romanzo di formazione, di crescita, in cui contano più i personaggi che gli avvenimenti. Ben descritto il personaggio del padre, Eugene, sicuramente esecrabile, ma anche generoso con la comunità in cui vive, anche se la sua generosità è un modo per influenzare e controllare la vita di coloro che aiuta. Come editore, inoltre, si oppone strenuamente al regime al potere, e ne denuncia crimini e corruzione.
Belle e rappresentative le due figure femminili della madre e della zia di Kambili, moglie e madre "tradizionale" la prima (tradizionale ovvimente per il luogo in cui si svolge il romanzo, una donna italiana negli anni 80 era diversa, anche se non così tanto, forse), donna indipendente e mamma single la second. Si vede già in questo primo libro il lavoro sulla figura femminile che sta portando la Adichie - non so quanto volontariamente - a essere una paladina del femminismo.

Ma sto divagando su una tematica che abbiamo appena sfiorato e che non so quanto interessasse ai miei compagni di lettura..

Quindi, conclusioni: ci è piaciuto? Direi in generale di si, con distinguo. A Claudio non ha detto nulla e l'ha trovato scritto male. Daniela concorda, troppi dialoghi per piacerle, e la violenza che il padre esercita sui figli, nel libro descritta in maniera veritiera, le ha reso la lettura difficile. A Marilaura e Rita il libro è piaciuto, e Stefania ha trovato il personaggio del padre, per quanto come detto impossibile da amare, ben descritto e costruito. La Adichie, infatti, non lo giustifica ma certo lo rende comprensibile, vittima egli stesso dell'educazione ricevuta.
A tutte è piaciuta la zia, figura positiva e moderna, come è piaciuto il nonno, simbolo di una cultura apparentemente lontana dal nostro modo di sentire ma estremamente umana e amorevole, molto più religiosa e di fede (e vicina ai precetti cristiani, se vogliamo) della fredda ritualità del padre di Kambili. La madre anche è stata descritta molto bene, vittima anche lei di educazione, figura paterna e marito, ma anche della società in cui vive.
A Zaffira non è dispiaciuto, e ha trovato che l'uso dei dialoghi fosse importante per il romanzo perchè rappresentava l'impossibilità in questa famiglia di parlare di quello che era veramente importante, ma che nessuno riusciva a affrontare.
Monica, che per molti anni ha vissuto nelle vicinanze della comunità nigeriana di Udine ha riconosciuto molti dei comportamenti e delle abitudini dei suoi vicini nel romanzo, e ha trovato il libro interessante e bello.
Di Cristina, che il libro lo ha scelto, trovate in fondo la recensione.
In generale è parso un libro interessante, ma avremmo voluto tutti una maggiore contestualizzazione nella storia e nella cultura nigeriana che avrebbe dato maggiore profondità al racconto.

Recensione di Cristina:
Racconto difficile di una famiglia vittima del padre violento e ossessionato da religione e peccato. Sullo sfondo una Nigeria agitata da cambiamenti sociali e culturali, divisa tra l'amore per il proprio paese e la speranza di una vita migliore altrove.
Una delle opere prime dell'autrice, dallo stile ancora grezzo, in cui predominano i dialoghi e manca, almeno secondo me, una contestualizzazione efficace delle vicende storiche. Ci sono alcune scene di vita locale che, se sviluppate, avrebbero potuto arricchire notevolmente la storia. Così resta un racconto, per quanto tragico, di formazione, ricco di spunti non abbastanza sviluppati. Non lo dico spesso, ma qui un centinaio di pagine in più avrebbero probabilmente giovato.
Rimane comunque un bel libro anche se il mio voto finale si avvicina più a un 3 e 1/2 che a un quattro.


Prossima riunione martedì 16 maggio 2017, solito posto, solita ora. Il libro del mese è L'erba canta di Doris Lessing.


mercoledì 22 marzo 2017

Nel cuore dell'enigma mi incamminerò oggi.

Non l'ho ancora detto al mio giardino
Per paura che mi possa soggiogare.
E non ho affatto la forza ora
Di rivelarlo all'Ape
Non lo nominerò per strada
Perché le botteghe mi guarderebbero stupite
Che una così timida - così ignorante
Abbia la sfacciataggine di morire.
I pendii delle colline non devono saperlo -
Dove ho tanto vagabondato -
Né dire alle amate foreste
Il giorno che me ne andrò -
Né mormorarlo a tavola
Né sbadata per la via
Far capire che nel cuore dell'Enigma
M'incamminerò oggi


(Emily Dickinson)

Al giardino ancora non l'ho detto, di Pia Pera (1956-2016), inizia con la poesia di Emily Dickinson a cui chiede in prestito il titolo. E' un libro triste, come tristi sono i versi della poesia, come sono tristi tutti gli addii.
Racconta il lento declino dell'autrice, dai primi segni della malattia fino alla quasi totale immobilità degli ultimi giorni di vita di Pia Pera. La narrazione  si ferma appena prima della fine, quando ancora qualche movimento è ancora possibile, ma quando ormai non vi era più alcuna speranza non solo di guarigione, ma anche di rallentare il male che, pochi mesi dopo la pubblicazione del libro, si porterà via l'autrice.
Si può giudicare un libro come questo? E con che metro lo dobbiamo fare, come diario di un'esperienza definitiva come quella della malattia che non consente guarigione, o come si giudica ogni altro libro che, in ogni caso, l'autore stesso ha dato alle stampe?
E' stato più su questo che abbiamo discusso che sul libro in sé che, onestamente, non ci è piaciuto in modo particolare. 
Avulso dal suo essere testimonianza di una terribile malattia ci è parso, nonostante il buon inizio, noioso e ripetitivo, ricco dal punto di vista della scrittura, ma freddo, come se tra se stessa e il lettore la Pera avesse messo un filtro, un qualcosa (educazione, cultura, carattere o altro non lo possiamo sapere) che non le permette di far arrivare, completamente, la sofferenza che indubbiamente provava.
Filtrato attraverso le esperienze personali, invece, rimane un diario di una sofferenza, ingiudicabile come solo la testimonianza di una tragedia e di un dolore così profondo possono essere.

Ho trovato solo due recensioni del libro, purtroppo entrambe non molto positive:
Stefania, 2 stelle
Un libro autobiografico in cui l'autrice racconta il suo lento morire per Sla (Sclerosi Laterale Amiotrofica). Conscia del suo quasi ineluttabile destino, l'autrice ci racconta il calvario fra medici e ciarlatani, illusioni e ricadute, amici veri che vengono fuori al momento del bisogno e falsi amici, che spariscono. Il tutto porta a una evoluzione interiore, al mettere in dubbio le sue certezze, alla capacità di vedere l'attimo e la sua bellezza, in un fiore, un dettaglio. Tuttavia il libro è scritto in modo molto accademico e distaccato, con i nomi eventualmente in latino di piante poco note, citazioni letterarie, nomi di amici e conoscenti che sicuramente vogliono dire qualcosa per l'autrice, ma non per il lettore. L'autrice stessa ci dice che invece le parti troppo personali, in cui suppongo racconti dei suoi veri sentimenti, sono state tagliate. Così il libro rimane una cosa a metà fra un trattato di botanica e un diario personale fortemente censurato, deprimendo il lettore senza riuscire a
trasmettere molto.

Cristina, 2 stelle
Non so, l'ho trovato freddo e distaccato. In un certo senso inibito, o troppo cerebrale. L'autrice racconta, in maniera per me clinica, il decorso della sua malattia, una di quelle che non solo non lasciano scampo, ma ti imprigionano lentamente all'interno del tuo stesso corpo, fino alla purtroppo inevitabile fine che è arrivata nel 2016, pochi mesi dopo la pubblicazione del libro.
Tra medici e cure varie (tutte inutili, alcune strampalate) il mondo dell'autrice si riduce prograssivamente, fino a costringerla a rinunciare alla cura del giardino cui si era dedicata quasi completamente per molti anni. Di quello che deve essere stato un calvario straziante mi è arrivato poco, secondo me per una scelta precisa dell'autrice, che censura o comunque lima molto quanto scrive. Purtoppo così ha limato anche la portata emotiva e il senso profondo che avrebbe potuto avere questo libro che, invece, almeno in me, non ha smosso quasi nulla. 


Libro del mese di aprile è: L'ibisco viola di Chimamanda Ngozi Adichie.
 Ci vediamo martedì 11 aprile, sempre alle 20.00, sempre a casa di Zaffira.

domenica 5 marzo 2017

Il mio 2016 in libri... Monica.

Sto facendo una riflessione fra me e me su quale sia stato il libro letto nel corso del 2016 che mi è piaciuto di più. E non ho il minimo dubbio: "Stoner" di John Williams. Il più mediocre ed insulso? "Quartetto" di Jean Ryhs. Per gli autori italiani, un romanzo da me sempre snobbato, ma che invece ho letto piacevolmente: "Il prete bello" di Goffredo Parise...
Tutto qui. Tanto per dire qualcosa, così, ogni tanto....


Stoner è il racconto della vita di un uomo tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta del Novecento: William Stoner, figlio di contadini, che si affranca quasi suo malgrado dal destino di massacrante lavoro nei campi che lo attende, coltiva la passione per gli studi letterari e diventa docente universitario. Si sposa, ha una figlia, affronta varie vicissitudini professionali e sentimentali, si ammala, muore. È un eroe della normalità che negli ingranaggi di una vita minima riesce ad attingere il senso del lavoro, dell'amore, della passione che dà forma a un'esistenza.

Ma chi è Stoner?
Il libro narra la vita di Stoner. Ma chi è veramente Stoner?
Un uomo come tanti che per quieto vivere si lascia scorrere addosso le cose negative della vita senza reagire?
Oppure un uomo che nonostante tutto riesce a trovare rifugio nelle sue passioni: la letteratura e l’insegnamento opponendosi alla vita segnata che lo voleva contadino?
Potrebbe essere un anti eroe o eroe perché decide di non partire per la guerra, un uomo per bene che resiste coraggiosamente alle tirannie di una moglie affetta da disturbi bipolari, un papà meraviglioso che accudisce la figlia da piccola, ma poi incapace di “riacciuffarla” quando da grande scappa volontariamente da casa, diventando alcolizzata. Testardo in qualche occasione, passivo in molte altre.
William Stoner: un uomo, con tutti i suoi umani limiti. Ma quanta rabbia provocano i suoi "non importa, va bene così".
L’autore non prende mai posizione, semplicemente racconta la vita di quest’uomo e lo fa decisamente bene. Un libro pervaso di malinconia da cui ognuno può trarre le sue conclusioni/riflessioni. Da leggere e da leggere fino alla fine perché le ultime pagine sono meravigliose.

Nel 1953 Goffredo Parise si trasferisce a Milano, dove ha trovato lavoro presso un grande editore. Ha pubblicato due romanzi che pochi conoscono – Il ragazzo morto e le comete e La grande vacanza – e ha il vago desiderio di scriverne un terzo che lo diverta e commuova «tanto da cacciare il freddo e la solitudine»: un romanzo «con molti personaggi allegri», ma soprattutto «estivo». Uscito nel maggio del 1954, Il prete bello riscuoterà un clamoroso successo. E rileggendolo oggi, quando ormai le etichette impugnate per celebrarlo o denigrarlo sono alle nostre spalle, ci accorgiamo che il suo segreto sta tutto in quella genesi: nella festosa eccentricità dei personaggi che popolano un labirintico e fiabesco caseggiato nella Vicenza del 1940, e di colui che saprà stregarli tutti: don Gastone, il «prete bello». Personaggi quali la ricca signorina Immacolata, con i suoi strani cappellini a piume e l’occhialino d’oro cesellato; le Walenska, madre e figlia, che si scaldano ingrandendo con una enorme lente l’unico raggio di sole che al tramonto penetra nella loro stanza; il cav. Esposito, che tiene sotto chiave le cinque figlie concupiscenti; Fedora, la cui rigogliosa natura si spande dagli occhi e da tutto il corpo, quasi che «dai pori uscisse un polline dolciastro»; e la cenciosa banda di ragazzi truffaldini e sentimentali che nei vicoli e sotto i portici cercano ogni giorno di sopravvivere trasformandosi in ladri, ruffiani e mendicanti – in particolare Sergio, il narratore, e il suo amico Cena. In tutti loro, nelle vene e nel sangue, l’atletico, elegante, vanesio don Gastone si infiltra come una passione oscura, violenta ma capace di dare improvvisamente vita – e come nel Ragazzo morto e le comete ci troviamo di fronte a «una sostanza poetica che ribolle e rifiuta di assestarsi entro schemi definiti»


Sedotta dal prete bello
Ci sono dei libri che entrano a far parte della tua vita e vi rimangono per sempre.
Altri che ti accompagnano per il fugace periodo della lettura. Ci sono libri che non puoi fare a meno di leggere e quelli che eviti come la peste per svariati motivi.
"Il prete bello" di Goffredo Parise, per quanto mi riguarda, apparteneva all'ultima categoria.
Poi all'improvviso, eccolo lì, è il libro proposto come lettura mensile ad un piacevolissimo gruppo di lettura e giorno dopo fuoriesce con la sua copertina rossa ed impolverata da uno scatolone pieno di vecchie edizioni tascabili Garzanti.
Ovviamente non può essere un caso! Semmai il caso grave è non averlo letto prima.
Gran bel libro, ben scritto, con quello stile che ti cattura facilmente e accompagna fino alla fine.
Un romanzo corale che mi ha ricordato prepotentemente "Cronache di poveri amanti" di Vasco Pratolini che da ragazzina avevo divorato.
Nella provincia veneta degli anni '30, in un quartiere povero ed in particolare in un caseggiato fatiscente, si muovono Sergio (voce narrante), la sua famiglia, gli amici, le vicine zitelle ed un corollario vario di personaggi particolari e ovviamente Gastone, il prete bello.
Un breve romanzo che fa sorridere, intristisce e che mi ha riportato indietro nel tempo, a certi racconti di vita vera che mi facevano i nonni.
E ora mi è scattato il desiderio di vedere o meglio rivedere con maggiore attenzione i film ispirati a questo romanzo di Parise. Sorridendo mi viene da dire: caspita don Gastone, miracolosamente hai stregato pure me!


Marya, giovane inglese sposata con il polacco Stephan, si sente, per la prima volta nella sua vita, «molto vicina a essere felice». Ed ecco che, da un giorno all’al­tro, il marito finisce in galera lasciandola senza un soldo né un amico al mondo. L’agognata felicità assume allora per un istante le sembianze di Heidler, facoltoso mercante d’arte, che però la trascina – sotto gli occhi compiacenti e maligni del­la moglie – in una lunga, torpida osses­sione. Sullo sfondo di una Parigi mai così crudele, in una Rive Gauche ingan­nevol­mente romantica e mondana, Marya finisce per trovarsi avviluppata in un tor­mentoso ménage à trois; e quando, con un palpito di disperata onestà, prova a lacerare il velo delle apparenze, com­prende che in quell’irrespirabile bohème i codici sociali pesano quanto e più che altrove. Schiacciata fra l’anelito a una vita rispettabile e la realtà obbligata del demi-monde, si scopre così condannata senza appello all’«esistenza grigia, spaventosa, dei derelitti»: un mondo irreale e al tem­po stesso terribilmente concreto, fatto di sordidi caffè e grame camere d’albergo, dove è impossibile trovare scampo alla tragica ineluttabilità della vita.

Persone insulse
Leggendo questo libro mi sarei aspettata di “respirare” la Parigi degli anni ’20, con la sua musica Jazz, gli artisti ed intellettuali seduti ai tavolini dei caffè, la moda di Coco, la voglia di vivere, il risveglio post-bellico e tutto ciò che affascina di quei famosi anni ruggenti.
Ma da questo libro, a quanto pare con una forte componente autobiografica dell’autrice, trapela solo una grande malinconia, tristezza e soprattutto mediocrità. Mediocrità di tutti i protagonisti. Nessuno a mio avviso si salva. La protagonista principale è Marya, inglese sposata con un “trafficone” polacco che quando finisce in carcere lasciandola senza soldi per sopravvivere nei miseri alberghi Parigini decide ad accettare l’ospitalità di una coppia di amici. E il gioco inizia…
E dopo 170 pagine circa per fortuna il romanzo finisce….



domenica 12 febbraio 2017

Si fa per sorridere... il ritorno!






Un libro da rileggere con calma...

Il fucile da caccia è un libro breve, ma decisamente non superficiale, o leggero. E' scritto con stile leggero, questo si, e si vede che l'autore, Yasushi Inoue, è stato giornalista, oltre che poeta e scrittore.
Ambientato nell'immediato secondo dopoguerra racconta di un poeta che un giorno vede, di spalle e da lontano, un cacciatore che cammina, fucile in spalla e cane da caccia al fianco.
L'immagine lo colpisce, e lo ispira. Così quando un amico gli chiede un'opera per un periodico dedicato alla caccia manda la sua poesia che viene pubblicata.
Insicuro della qualità della poesia l'uomo teme le opinioni dei lettori della rivista, ma una sola reazione giunge alla sua casa, ed è una lettera di un uomo che nella descrizione del cacciatore si è riconosciuto, e invia al poeta che non lo conosce e non lo conoscerà mai tre lettere che gli sono state inviate.
Sono le lettere delle tre donne più importanti della sua vita, sua moglie, la sua amante, la figlioccia.
Non vi dirò cosa scrivono le tre donne, e attorno a quale evento tragico si muova in realtà il racconto, ma alla fine della storia la vita di tutti i personaggi sarà cambiata, per sempre. Rimarrà solo il poeta, depositario di una verità che non gli appartiene, spettatore di quattro vite che non sfiorerà mai di persona, ma di cui conosce i più nascosti segreti.

Il libro è stato scelto da Rita. Come detto è breve, ma tutt'altro che leggero. Anzi. Le tematiche che affronta sono tante e importanti. Parla di incomunicabilità e di solitudine, di come non conosciamo mai davvero le persone che ci stanno accanto, di come a volte viviamo senza voler vedere la realtà delle cose, di come a volte non riusciamo a prenderci le nostre responsabilità, e la responsabilità dei nostri errori e dei nostri sentimenti.
Parla di come sia più facile accettare di vivere nella menzogna per non alterare con la verità equilibri in cui in fondo in fondo stiamo comodi, perchè cambiare fa paura, la verità fa paura.
E come alla verità non sia possibile sfuggire, perchè prima o poi un piccolo gesto rivelatore, una parola, anche solo una espressione fugace riveleranno ciò che stiamo nascondendo e farà crollare il nostro castello di carte.
A volte il castello regge, a volte, come nel caso de Il fucile da caccia, rimangono solo rovine e solitudine. Una solitudine che spinge a rivelarsi a un estraneo, piuttosto che cercare di rialacciare rapporti ormai distrutti.

La discussione sul libro è stata ampia e anche accesa, a volte, ma forse quello erano le birre che Zaffira ci ha offerto a inizio cena!
C'è chi ha evidenziato come spesso sia più facile rivelare i propri segreti a estranei piuttosto che a chi ci vive accanto, e come a volte proprio chi ci vive accanto non si accorga di come stiamo veramente, non veda, o non voglia vedere, cosa ci succede.
Chi ha trovato tragica la figura dell'amante, chi quella - altrettanto ambigua - della moglie, chi più di tutto ha provato empatia per la figlia dell'amante, privata prima del padre, poi della madre e infine di tutta la famiglia che conosceva o credeva di conoscere.
C'è chi ha trovato tutti colpevoli di omissione, perchè poi, a ben vedere, laverità era lì davanti a tutti, e a tutti conveniva non rivelarla, per poter vivere negli agi, o nello status quo in cui tutti, più o meno, stavano bene.
Direi che il libro ci è piaciuto, e che se ha dei difetti è quello di essere forse un poco freddo, e lo stile un poco noioso.
Su una cosa siamo quasi tutti d'accordo: è un libro che per essere davvero apprezzato deve essere riletto una seconda, ma forse anche una terza volta.

Per ora ho trovato solo due recensioni:
Stefania che lo valuta 4 stelle
Un libro sui sentimenti repressi e nascosti anche a sé stessi. Un cacciatore viene casualmente incontrato per strada da un poeta che coglie il suo stato d'animo e scrive una poesia su di lui. Riconoscendosi negli occhi di uno sconosciuto che è l'unico che per pura intuizione lo abbia capito, il cacciatore gli manda tre lettere che ha a sua volta ricevuto e che riassumono la sua vita. Un libro che ho letto in un giorno di un fiato ma che meriterebbe di essere riletto con calma.

Cristina, tre stelle
Tre lettere, tre addii. E la vita di un uomo che sembra avere tutto si rivela un fastello di bugie tenute in piedi dall'ipocrisia di uno status quo che comunque faceva comodo a tutti. Nel mezzo l'incapacità di parlarsi e di prendersi le proprie responsabilità nei confronti dei propri e degli altrui sentimenti, delle proprie e delle altrui azioni. Nell'ultima lettera si svela un ulteriore segreto (o cattiveria) che potrebbe rendere ancora peggiore il vissuto di questi personaggi che riescono a essere sinceri solo quando è troppo tardi e con chi non li conosce e non li conoscerà mai.
Nelle atmosfere e negli ambienti secondo me molto poco giapponese, e assai britannico: probabilmente è questa immagine del cacciatore con setter a fianco che poco concorda con la mia visione di tutto ciò che è nipponico.


Libro del prossimo mese: Al giardino ancora non l'ho detto di Pia Pera, proposto da Marilaura.


Ci si incontra martedì 7 marzo, alle 20.00, a Casa di Zaffira.