domenica 25 giugno 2017

Le otto montagne

"Eccola li, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino".
Le otto montagne di Paolo Corgnetti racconta un'amicizia tra due ragazzi, nata tra le montagne dove uno vive e l'altro trascorre tutte le sue estati.
La storia ce la racconta Pietro, ragazzino milanese che durante l'estate viene trapiantato nell'isolato e minuscolo paesino di Grana, meta delle vacanze dei genitori, uniti - eppure divisi - dalla passione della montagna. Vissuta come costante sfida dal padre, con partecipazione dalla madre, il cui ruolo è quello di centro sicuro e accogliente in opposizione alla spinta centrifuga del marito, sempre in fuga dalla città in cui vive, ma che non lascia fino alla morte, sempre in contrapposizione sia con le persone che con le cose.
A Grana Pietro incontra Bruno che ha la sua stessa età ma una vita ben diversa: lavora al pascolo con le mucche, di scuola non se ne parla, la sua vita si svolge tutta nel microcosmo di Grana, quattro case in croce, le stesse facce e le stesse storie, poche vie di fuga.
Nasce un'amicizia di quelle che sopravvivono anche alla lontananza, autentica, ma non priva di spigoli. L'egoismo di Pietro, la testardaggine di Bruno, la vita che, semplicemente, si mette in mezzo e spazza via tutto, come una valanga d'inverno, separano più volte le vite dei due, ma non spezzano mai davvero il loro rapporto.
Le otto montagne è un libro forse furbo, sicuramente calibrato per piacere a un pubblico generalista. Ha anche vinto il premio Strega Giovani il che garantisce, se non un capolavoro, sicuramente un prodotto dignitoso, cosa non esattamente scontata.
Il titolo, che ha tratto in inganno più di qualcuna di noi, fa pensare a scalate in solitaria, invece si rifà a una storia tradizionale che un vecchio racconta a Pietro e che Pietro riporta a Bruno.
Noi diciamo che al centro del mondo c'è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. Questo è il mondo per noi. (...) E diciamo: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru? 
Pietro prende la strada delle montagne e dei mari, Bruno il sentiero che porta alla cima della montagna, ma la vita non è mai semplice, e gli esiti delle scelte fatte purtroppo non sono sempre felici. Il finale del libro è in un certo qual modo aperto, ma sicuramente non lieto.

La discussione sul libro è stata - stranamente - accesa. Dico stranamente perchè di fatto in questo libro non ci sono, almeno all'apparenza, molti argomenti di discussione.
E', come detto sopra, un prodotto ben calibrato, adatto a tutti. Ci si può trovare l'amore per la montagna, ma siamo ben lontani dall'epica di alcuni racconti. Si, si arriva in cima con fatica e sudore, come fa il padre, ma ci si può pure fermare a Grana, quattro case in croce, gente che non parla mai, e probabilmente beve troppo, indurita da clima e isolamento. Ci si trova un difficile rapporto padre e figlio, cosa questa che accomuna Pietro e Bruno, ma non ci tragedie immense, qui. Ci si trova una madre che fa del creare ponti e rapporti una missione, e una che invece non parla mai. Ci si trova la montagna dei ghiacciai e delle nebbie, della neve alta e delle malghe, ma non è quasi mai minacciosa e, se lo è, è anche accogliente e bellissima.

Eppure la discussione si è protratta a lungo e ha coinvolto di più chi la montagna la vive e la ama. Stefy si è riconosciuta nelle lunghe passeggiate, nella fatica che prende le gambe ma libera la testa. Monica (che il libro lo ha scelto) vi ha riconosciuto gente e paesaggi che altri hanno trovato stereotipati, ma uno stereotipo è tale perchè tutti lo riconosciamo, e se tutti lo riconosciamo è probabile che sia - almeno in parte - vero. Chi come Cristina viene da un piccolo paese ha riconosciuto alcuni "tipi" che prosperano anche in collina: il padre padrone, il cittadino che non appartiene all'ambiente ma viene tollerato per il denaro che porta, ma mai accettato, quelli che credono che il denaro compri tutto. Si tratta appunto di stereotipi, e come tali ognuno di noi ci si può riconoscere, almeno un poco.
E' piaciuta l'amicizia tra i due ragazzi, soprattutto nella prima parte del racconto, fatta di fughe su per la montagna e di sfide tra i sassi del torrente. Molto bella la parte relativa alla costruzione della casa su in montagna, attività che cementa l'amicizia tra Bruno e Pietro e fa rivalutare a questi il rapporto col padre che, morendo, gli ha lasciato in eredità il terreno.
Sono piaciuti anche i personaggi del padre e della madre di Pietro, anche se non ha appieno convinto la loro storia: non ci convince del tutto la motivazione per cui Pietro per buona parte della sua vita non ha saputo nulla nella loro vita prima di lui, e sul perchè non conosca i nonni materni. Bella, anche se difilata, la figura della madre di Bruno.
Nell'insieme un libro che si fa leggere, con alcune parti molto belle e altre molto scontate (il Tibet come luogo di lavoro e vita di Pietro è quanto di più scontato si possa avere in un racconto di montagna, come il fallimento dell'azienda e della vita sentimentale di Bruno: si sa già come andrà a finire appena la storia inizia), adatto a una lettura piacevole e estiva, un poco banale, forse, ma non superficiale.

E ora i voti:
Stefy 4 stelle
Un libro molto bello sull'amicizia che dura nel tempo fra due ragazzi poi diventati uomini, sull'abbandono delle montagne, ma soprattutto un monumento all'amore per la montagna e al potere curativo dei dolori dell'anima che la montagna ha. Anche se la montagna può costare la vita. Sono un'appassionata di passeggiate in montagna e il libro mi è piaciuto anche per questo.

Monica 4 stelle
Boccata d'ossigeno
Io, che sto alla montagna come un uovo di Pasqua sotto l'albero di Natale, pensavo che non sarei riuscita ad andare oltre i primi tre capitoli.
E invece, che bella boccata d'ossigeno mi sono presa.
Incuriosita più che altro dalle recensioni positive, ho deciso di provare a leggerlo convinta che mi sarei ritrovata fra la minoranza di chi pensa che in questo libro ci sia solo una storia scontata piena di stereotipi.
Forse siamo noi a voler sempre catalogare tutto e tutti e poi non riusciamo ad andare oltre al solito cinismo.
Questo libro racconta di natura, di amicizia, di rapporti fra genitori e figli, di viaggi... insomma racconta la vita.
E la vita, si sa, non è una passeggiata per nessuno, ma si anche che spesso simo noi stessi a complicarcela.
Io non amo la maestosità delle montagne come non amo la vastità sconfinata del mare. Osservo, vivo e ricavo bellissime emozioni da entrambi, mari e monti, ma loro mi incutono anche timore.
La mia indole malinconica mi porta a trovare serenità accanto ai laghi, nell'acqua immobile che cambia colore con i riflessi della natura che le sta intorno e nell'immergere i piedi nell'acqua gelata.
Ma se esisto lo devo ad una montagna perché è vicino ad un rifugio sotto il monte Canin che i miei genitori si sono conosciuti.
Chissà, forse anche per questo che ho trovato del bello in un libro così lontano dalle mie abituali letture da pigra donna di pianura.
Consigliato.


Libro di luglio: L'arminuta di Donatella Di Pietrantonio


Ci si vede il 18 luglio, a casa di Zaffira!



martedì 23 maggio 2017

L'erba canta

Doris Lessing è stata una grande scrittrice britannica il cui talento indiscutibile ha spaziato in diversi generi, rifiutando ogni etichetta e ogni definizione. Nel 2007 ha vinto il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: cantrice dell'esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa. Immagine poetica vero? Chissà se le è piaciuta o, come tutte le altre "incasellature" del suo talento e della sua vita l'ha irritata?
L'erba canta è il suo primo romanzo e la storia raccontata, pur filtrata dal talento dell'autrice, ha molti punti in comune con i primi anni di vita dell'autrice stessa. Mary e Dick, i protagonisti, sono molto probabilmente i genitori della Lessing, e l'ambiente sudafricano quello in cui l'autrice ha vissuto o comunque ha conosciuto piuttosto bene.
L'Africa di L'erba canta non ha nulla di poetico e gli uomini e le donne che la abitano non sono impegnati in una epica lotta per sopravvivere alla natura, matrigna e materna insieme, descritta in tanti libri; sono invece avidi sfruttatori tanto della Terra, cui nulla restituiscono, che degli uomini, dei negri cui non riconoscono anzi non possono riconoscere l'uguaglianza di essere umano perchè altrimenti come potrebbero mantenere le loro abitudini e il loro stile di vita? Come potrebbero anche solo sopravvivere e avere rispetto di se stessi?

L'erba canta racconta dell'infelice matrimonio tra Dick, sognatore inconcludente, e Mary, trentenne che pur indipendente e felice della sua vita da impiegata cittadina si lascia sconvolgere da una cattiveria sussurrata a una festa. Così turbata, di fatto, da mettere in discussione tutta la sua vita e da prendere la disastrosa decisione di sposare Dick che di lei si è innamorato - se così si può dire - dopo averla solo intravista in un cinema.
Il matrimonio è l'unione di due solitudini che non trovano mai un vero punto d'incontro e di vera sintonia, chiusi ognuno nel proprio mondo, incapaci di affrontare la verità della loro vita e dei loro problemi che non cercano nemmeno di risolvere, limitandosi a ignorarli.
Per molti aspetti è la storia di possibilità tradite, ma non dal fato crudele, ma dall'incapacità della coppia di avere un obiettivo comune e condividerlo.
Lentamente Mary scivola nella depressione più profonda, incapace di prendere una qualsiasi decisione se non quella di cercare di tornare a un mondo cui non appartiene più e che la rifiuta, così come lei rifiuta la sua nuova vita cui non riesce ad abituarsi. In balia degli eventi e dei progetti, sempre fallimentari, di Dick, perde salute e ragione e alla fine anche la vita, per mano di Moses, un nero con il quale, in qualche maniera, costruisce un rapporto, la cui natura non è chiara.
Se Dick e Mary sono estremamente ben descritti, infatti, Moses rimane oscuro, semplice mezzo per la tragedia che incombe di avverarsi, figura strumentale e indefinita.

Il libro, la cui qualità letteraria non discutiamo, è onestamente angosciante. Pure deprimente, tanto che non ne consigliamo la lettura se si è tristi. Molto ben scritto, nonostante sia un'opera prima, dimostra una straordinaria capacità di capire e trasportare sulla pagina i moti interni e i sentimenti dei protagonisti: la depressione di Mary è palpabile, il lettore ne viene risucchiato, e si esaspera per i fallimentari inconcludenti progetti di Dick che comunque ama la sua terra, e ne ricava, in qualche maniera, anche gioia e soddisfazione.
Meno definiti, anche se le poche descrizioni ce li restituiscono a tutto tondo, i vicini di casa e il giovane amministratore della tenuta cui tocca il ruolo di testimoni della tragedia: Moses uccide Mary.
Ma è proprio nel delitto che si trova il punto debole del racconto. I rapporti tra Moses e Mary non sono chiari, potrebbero essere tanto amanti che avere un rapporto di dipendenza, si dice solo che vìola le regole non scritte della società sudafricana, il tabù del riconoscimento del nero come eguale, come essere umano. Nulla viene detto di Moses, di quello che pensa o prova.
Forse la Lessing riteneva ovvie le motivazioni; noi, figli di ben altra società e di ben altro tempo probabilmente avremmo avuto bisogno di qualche spiegazione in più.

Divise le opinioni:
Daniela 4 stelle
Angosciante... Da NON leggere se appena appena si sta giù di morale perchè la spirale in cui ci trascina la Lessing piano piano, attraverso i pochi anni di vita matrimoniale di questi due personaggi, ci travolge. E non è tanto importante qui il rapporto bianchi/neri che emerge, questo leit-motiv per me è solo un contorno al romanzo, la "scusa" per il finale. Quello che sconvolge è il modus di questa coppia malissimo assortita che spinge verso il malessere prima, la depressione poi, la disfatta alla fine, e nel modo peggiore.

Monica 3 stelle
Difficile venga il "mal d'Africa"
Ho sentito il caldo opprimente e condiviso la noia con la protagonista borbottando con quell’ostinato orgoglio che rende complicati tutti i rapporti umani e poi, finalmente, il libro è terminato; altrimenti sarei impazzita anche io! Non ho letto molti altri libri della Lessing, ma da quel poco mi sono fatta l’opinione che questa autrice sia davvero molto brava nel caratterizzare i suoi personaggi facendo emergere la loro natura più recondita. Forse, in questo romanzo, fin troppo. E’ un libro senza speranza, con quell’epilogo tragico che fa capolino fin dalle prima pagine.
Un’ Africa che non affascina.

Cristina 1 stella
'Na palla. E che ve devo dì, per me 'na palla.

Dalla discussione è emerso che a Stefania è piaciuto, anche se lo ha trovato angosciante, e che Zaffira, pur amando la Lessing, non lo trova del tutto convincente.

La prossima serata si terrà martedì 20 giugno, da Miffi.
Libro del mese, scelto da Monica, Le otto Montagne di Paolo Cognetti.




giovedì 20 aprile 2017

A casa tutto cominciò a crollare...

Tolstoj scrisse che Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.
Non so se sia perché la felicità non è interessante, dal punto di vista narrativo, ma l'aforisma di Tolstoj ha sicuramente seguito, in libreria.
Storia di una famiglia infelice è anche L'ibisco viola, di Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice di origini Nigeriane, classe 1977, che ha finora prodotto tre libri e un paio di saggi, molto premiati, incentrati prevalentemente su figure femminili.

Apparentemente perfetta, la vita di Kambili, quindicenne di Enugu in Nigeria, è molto diversa da quanto appare. Il padre, Eugene, agli occhi della comunità padre e marito perfetto, è in realtà un fanatico cattolico ossessionato dal peccato, violento e asfissiante. La madre, anche se amorevole, non riesce a proteggere se stessa e i figli, prigioniera prima di tutto della propria incapacità anche solo di immaginare una vita vissuta al di fuori dal ruolo di moglie e di madre. Quando Kambili e il fratello Jaja si trasferiscono dalla zia Ifeoma, donna indipendente che lavora all'Università di Nsukka, e scoprono che un'altra vita è possibile, tutto inizia a crollare.

L'ibisco viola è il primo dei romanzi della Adichie, e si vede sia nella qualità della scrittura, meno incisiva che nelle opere più recenti, che nella trama che si concentra esclusivamente nell'interno familiare, lasciando poco spazio alla complicata storia civile della Nigeria e alla sue tradizioni che vengono solo brevemente descritte e citate.
E' sostanzialmente un romanzo di formazione, di crescita, in cui contano più i personaggi che gli avvenimenti. Ben descritto il personaggio del padre, Eugene, sicuramente esecrabile, ma anche generoso con la comunità in cui vive, anche se la sua generosità è un modo per influenzare e controllare la vita di coloro che aiuta. Come editore, inoltre, si oppone strenuamente al regime al potere, e ne denuncia crimini e corruzione.
Belle e rappresentative le due figure femminili della madre e della zia di Kambili, moglie e madre "tradizionale" la prima (tradizionale ovvimente per il luogo in cui si svolge il romanzo, una donna italiana negli anni 80 era diversa, anche se non così tanto, forse), donna indipendente e mamma single la second. Si vede già in questo primo libro il lavoro sulla figura femminile che sta portando la Adichie - non so quanto volontariamente - a essere una paladina del femminismo.

Ma sto divagando su una tematica che abbiamo appena sfiorato e che non so quanto interessasse ai miei compagni di lettura..

Quindi, conclusioni: ci è piaciuto? Direi in generale di si, con distinguo. A Claudio non ha detto nulla e l'ha trovato scritto male. Daniela concorda, troppi dialoghi per piacerle, e la violenza che il padre esercita sui figli, nel libro descritta in maniera veritiera, le ha reso la lettura difficile. A Marilaura e Rita il libro è piaciuto, e Stefania ha trovato il personaggio del padre, per quanto come detto impossibile da amare, ben descritto e costruito. La Adichie, infatti, non lo giustifica ma certo lo rende comprensibile, vittima egli stesso dell'educazione ricevuta.
A tutte è piaciuta la zia, figura positiva e moderna, come è piaciuto il nonno, simbolo di una cultura apparentemente lontana dal nostro modo di sentire ma estremamente umana e amorevole, molto più religiosa e di fede (e vicina ai precetti cristiani, se vogliamo) della fredda ritualità del padre di Kambili. La madre anche è stata descritta molto bene, vittima anche lei di educazione, figura paterna e marito, ma anche della società in cui vive.
A Zaffira non è dispiaciuto, e ha trovato che l'uso dei dialoghi fosse importante per il romanzo perchè rappresentava l'impossibilità in questa famiglia di parlare di quello che era veramente importante, ma che nessuno riusciva a affrontare.
Monica, che per molti anni ha vissuto nelle vicinanze della comunità nigeriana di Udine ha riconosciuto molti dei comportamenti e delle abitudini dei suoi vicini nel romanzo, e ha trovato il libro interessante e bello.
Di Cristina, che il libro lo ha scelto, trovate in fondo la recensione.
In generale è parso un libro interessante, ma avremmo voluto tutti una maggiore contestualizzazione nella storia e nella cultura nigeriana che avrebbe dato maggiore profondità al racconto.

Recensione di Cristina:
Racconto difficile di una famiglia vittima del padre violento e ossessionato da religione e peccato. Sullo sfondo una Nigeria agitata da cambiamenti sociali e culturali, divisa tra l'amore per il proprio paese e la speranza di una vita migliore altrove.
Una delle opere prime dell'autrice, dallo stile ancora grezzo, in cui predominano i dialoghi e manca, almeno secondo me, una contestualizzazione efficace delle vicende storiche. Ci sono alcune scene di vita locale che, se sviluppate, avrebbero potuto arricchire notevolmente la storia. Così resta un racconto, per quanto tragico, di formazione, ricco di spunti non abbastanza sviluppati. Non lo dico spesso, ma qui un centinaio di pagine in più avrebbero probabilmente giovato.
Rimane comunque un bel libro anche se il mio voto finale si avvicina più a un 3 e 1/2 che a un quattro.


Recensione di Monica (4 stelle):
Romanzo di formazione
E’ il primo libro che ho letto di questa scrittrice e quindi potrei sbagliarmi nel definirlo un romanzo di formazione.
Ma io l’ho percepito esattamente così, come un bellissimo romanzo di formazione.
Forse sono stata perfino troppo cauta nell’assegnare solo 4 stelline.
Una lettura coinvolgente, di quelle che evocano sentimenti contrastanti. Tenerezza, sorrisi e spesso rabbia devono essere apparsi alternativamente sul mio volto.
E poi provavo quella sensazione data dal profumo (che io ignobilmente tendo a definirlo odore/puzza) di pollo fritto!
E ho provato immediatamente empatia per i miei ex vicini di casa Nigeriani…. Ad ogni loro festa famigliare ecc…. tutto un battere sui polli… boccioni di olio di semi… vestiti sgargianti…. ogni domenica ben vestiti in chiesa….
Insomma come nel libro. La storia di una famiglia nigeriana vista con gli occhi di una ragazzina: il bel rapporto con la mamma ed il fratello, il padre padrone (fanatico cristiano, ma violento ed esigente in famiglia), la splendida figura femminile della zia e poi i cugini, il nonno e il primo platonico innamoramento.
Consigliato.


Recensione di Stefania (4 stelle)
Un libro molto bello e profondo sulla complessità delle persono e dei rapporti umani. Bellissima la figura del padre-padrone amatissimo dalla gente, incorruttibile, innovatore e moderno rispetto alla cultura tradizionale, ma al tempo stesso temuto da moglie e figli, che picchia regolarmente per imporre il suo fanatismo religioso. Luminosa la figura della zia, donna coraggiosa e indomita, vedova, che mantiene la famiglia con il suo lavoro (non sempre pagato) da docente universitaria. Profonda e dolcissima la protagonista, alle prese con i primi turbamenti dell'adolescenza e la contraddizione fra l'amore per il padre e la presa di coscienza dei suoi errori.

Prossima riunione martedì 16 maggio 2017, solito posto, solita ora. Il libro del mese è L'erba canta di Doris Lessing.



mercoledì 22 marzo 2017

Nel cuore dell'enigma mi incamminerò oggi.

Non l'ho ancora detto al mio giardino
Per paura che mi possa soggiogare.
E non ho affatto la forza ora
Di rivelarlo all'Ape
Non lo nominerò per strada
Perché le botteghe mi guarderebbero stupite
Che una così timida - così ignorante
Abbia la sfacciataggine di morire.
I pendii delle colline non devono saperlo -
Dove ho tanto vagabondato -
Né dire alle amate foreste
Il giorno che me ne andrò -
Né mormorarlo a tavola
Né sbadata per la via
Far capire che nel cuore dell'Enigma
M'incamminerò oggi


(Emily Dickinson)

Al giardino ancora non l'ho detto, di Pia Pera (1956-2016), inizia con la poesia di Emily Dickinson a cui chiede in prestito il titolo. E' un libro triste, come tristi sono i versi della poesia, come sono tristi tutti gli addii.
Racconta il lento declino dell'autrice, dai primi segni della malattia fino alla quasi totale immobilità degli ultimi giorni di vita di Pia Pera. La narrazione  si ferma appena prima della fine, quando ancora qualche movimento è ancora possibile, ma quando ormai non vi era più alcuna speranza non solo di guarigione, ma anche di rallentare il male che, pochi mesi dopo la pubblicazione del libro, si porterà via l'autrice.
Si può giudicare un libro come questo? E con che metro lo dobbiamo fare, come diario di un'esperienza definitiva come quella della malattia che non consente guarigione, o come si giudica ogni altro libro che, in ogni caso, l'autore stesso ha dato alle stampe?
E' stato più su questo che abbiamo discusso che sul libro in sé che, onestamente, non ci è piaciuto in modo particolare. 
Avulso dal suo essere testimonianza di una terribile malattia ci è parso, nonostante il buon inizio, noioso e ripetitivo, ricco dal punto di vista della scrittura, ma freddo, come se tra se stessa e il lettore la Pera avesse messo un filtro, un qualcosa (educazione, cultura, carattere o altro non lo possiamo sapere) che non le permette di far arrivare, completamente, la sofferenza che indubbiamente provava.
Filtrato attraverso le esperienze personali, invece, rimane un diario di una sofferenza, ingiudicabile come solo la testimonianza di una tragedia e di un dolore così profondo possono essere.

Ho trovato solo due recensioni del libro, purtroppo entrambe non molto positive:
Stefania, 2 stelle
Un libro autobiografico in cui l'autrice racconta il suo lento morire per Sla (Sclerosi Laterale Amiotrofica). Conscia del suo quasi ineluttabile destino, l'autrice ci racconta il calvario fra medici e ciarlatani, illusioni e ricadute, amici veri che vengono fuori al momento del bisogno e falsi amici, che spariscono. Il tutto porta a una evoluzione interiore, al mettere in dubbio le sue certezze, alla capacità di vedere l'attimo e la sua bellezza, in un fiore, un dettaglio. Tuttavia il libro è scritto in modo molto accademico e distaccato, con i nomi eventualmente in latino di piante poco note, citazioni letterarie, nomi di amici e conoscenti che sicuramente vogliono dire qualcosa per l'autrice, ma non per il lettore. L'autrice stessa ci dice che invece le parti troppo personali, in cui suppongo racconti dei suoi veri sentimenti, sono state tagliate. Così il libro rimane una cosa a metà fra un trattato di botanica e un diario personale fortemente censurato, deprimendo il lettore senza riuscire a
trasmettere molto.

Cristina, 2 stelle
Non so, l'ho trovato freddo e distaccato. In un certo senso inibito, o troppo cerebrale. L'autrice racconta, in maniera per me clinica, il decorso della sua malattia, una di quelle che non solo non lasciano scampo, ma ti imprigionano lentamente all'interno del tuo stesso corpo, fino alla purtroppo inevitabile fine che è arrivata nel 2016, pochi mesi dopo la pubblicazione del libro.
Tra medici e cure varie (tutte inutili, alcune strampalate) il mondo dell'autrice si riduce prograssivamente, fino a costringerla a rinunciare alla cura del giardino cui si era dedicata quasi completamente per molti anni. Di quello che deve essere stato un calvario straziante mi è arrivato poco, secondo me per una scelta precisa dell'autrice, che censura o comunque lima molto quanto scrive. Purtoppo così ha limato anche la portata emotiva e il senso profondo che avrebbe potuto avere questo libro che, invece, almeno in me, non ha smosso quasi nulla. 


Libro del mese di aprile è: L'ibisco viola di Chimamanda Ngozi Adichie.
 Ci vediamo martedì 11 aprile, sempre alle 20.00, sempre a casa di Zaffira.

domenica 5 marzo 2017

Il mio 2016 in libri... Monica.

Sto facendo una riflessione fra me e me su quale sia stato il libro letto nel corso del 2016 che mi è piaciuto di più. E non ho il minimo dubbio: "Stoner" di John Williams. Il più mediocre ed insulso? "Quartetto" di Jean Ryhs. Per gli autori italiani, un romanzo da me sempre snobbato, ma che invece ho letto piacevolmente: "Il prete bello" di Goffredo Parise...
Tutto qui. Tanto per dire qualcosa, così, ogni tanto....


Stoner è il racconto della vita di un uomo tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta del Novecento: William Stoner, figlio di contadini, che si affranca quasi suo malgrado dal destino di massacrante lavoro nei campi che lo attende, coltiva la passione per gli studi letterari e diventa docente universitario. Si sposa, ha una figlia, affronta varie vicissitudini professionali e sentimentali, si ammala, muore. È un eroe della normalità che negli ingranaggi di una vita minima riesce ad attingere il senso del lavoro, dell'amore, della passione che dà forma a un'esistenza.

Ma chi è Stoner?
Il libro narra la vita di Stoner. Ma chi è veramente Stoner?
Un uomo come tanti che per quieto vivere si lascia scorrere addosso le cose negative della vita senza reagire?
Oppure un uomo che nonostante tutto riesce a trovare rifugio nelle sue passioni: la letteratura e l’insegnamento opponendosi alla vita segnata che lo voleva contadino?
Potrebbe essere un anti eroe o eroe perché decide di non partire per la guerra, un uomo per bene che resiste coraggiosamente alle tirannie di una moglie affetta da disturbi bipolari, un papà meraviglioso che accudisce la figlia da piccola, ma poi incapace di “riacciuffarla” quando da grande scappa volontariamente da casa, diventando alcolizzata. Testardo in qualche occasione, passivo in molte altre.
William Stoner: un uomo, con tutti i suoi umani limiti. Ma quanta rabbia provocano i suoi "non importa, va bene così".
L’autore non prende mai posizione, semplicemente racconta la vita di quest’uomo e lo fa decisamente bene. Un libro pervaso di malinconia da cui ognuno può trarre le sue conclusioni/riflessioni. Da leggere e da leggere fino alla fine perché le ultime pagine sono meravigliose.

Nel 1953 Goffredo Parise si trasferisce a Milano, dove ha trovato lavoro presso un grande editore. Ha pubblicato due romanzi che pochi conoscono – Il ragazzo morto e le comete e La grande vacanza – e ha il vago desiderio di scriverne un terzo che lo diverta e commuova «tanto da cacciare il freddo e la solitudine»: un romanzo «con molti personaggi allegri», ma soprattutto «estivo». Uscito nel maggio del 1954, Il prete bello riscuoterà un clamoroso successo. E rileggendolo oggi, quando ormai le etichette impugnate per celebrarlo o denigrarlo sono alle nostre spalle, ci accorgiamo che il suo segreto sta tutto in quella genesi: nella festosa eccentricità dei personaggi che popolano un labirintico e fiabesco caseggiato nella Vicenza del 1940, e di colui che saprà stregarli tutti: don Gastone, il «prete bello». Personaggi quali la ricca signorina Immacolata, con i suoi strani cappellini a piume e l’occhialino d’oro cesellato; le Walenska, madre e figlia, che si scaldano ingrandendo con una enorme lente l’unico raggio di sole che al tramonto penetra nella loro stanza; il cav. Esposito, che tiene sotto chiave le cinque figlie concupiscenti; Fedora, la cui rigogliosa natura si spande dagli occhi e da tutto il corpo, quasi che «dai pori uscisse un polline dolciastro»; e la cenciosa banda di ragazzi truffaldini e sentimentali che nei vicoli e sotto i portici cercano ogni giorno di sopravvivere trasformandosi in ladri, ruffiani e mendicanti – in particolare Sergio, il narratore, e il suo amico Cena. In tutti loro, nelle vene e nel sangue, l’atletico, elegante, vanesio don Gastone si infiltra come una passione oscura, violenta ma capace di dare improvvisamente vita – e come nel Ragazzo morto e le comete ci troviamo di fronte a «una sostanza poetica che ribolle e rifiuta di assestarsi entro schemi definiti»


Sedotta dal prete bello
Ci sono dei libri che entrano a far parte della tua vita e vi rimangono per sempre.
Altri che ti accompagnano per il fugace periodo della lettura. Ci sono libri che non puoi fare a meno di leggere e quelli che eviti come la peste per svariati motivi.
"Il prete bello" di Goffredo Parise, per quanto mi riguarda, apparteneva all'ultima categoria.
Poi all'improvviso, eccolo lì, è il libro proposto come lettura mensile ad un piacevolissimo gruppo di lettura e giorno dopo fuoriesce con la sua copertina rossa ed impolverata da uno scatolone pieno di vecchie edizioni tascabili Garzanti.
Ovviamente non può essere un caso! Semmai il caso grave è non averlo letto prima.
Gran bel libro, ben scritto, con quello stile che ti cattura facilmente e accompagna fino alla fine.
Un romanzo corale che mi ha ricordato prepotentemente "Cronache di poveri amanti" di Vasco Pratolini che da ragazzina avevo divorato.
Nella provincia veneta degli anni '30, in un quartiere povero ed in particolare in un caseggiato fatiscente, si muovono Sergio (voce narrante), la sua famiglia, gli amici, le vicine zitelle ed un corollario vario di personaggi particolari e ovviamente Gastone, il prete bello.
Un breve romanzo che fa sorridere, intristisce e che mi ha riportato indietro nel tempo, a certi racconti di vita vera che mi facevano i nonni.
E ora mi è scattato il desiderio di vedere o meglio rivedere con maggiore attenzione i film ispirati a questo romanzo di Parise. Sorridendo mi viene da dire: caspita don Gastone, miracolosamente hai stregato pure me!


Marya, giovane inglese sposata con il polacco Stephan, si sente, per la prima volta nella sua vita, «molto vicina a essere felice». Ed ecco che, da un giorno all’al­tro, il marito finisce in galera lasciandola senza un soldo né un amico al mondo. L’agognata felicità assume allora per un istante le sembianze di Heidler, facoltoso mercante d’arte, che però la trascina – sotto gli occhi compiacenti e maligni del­la moglie – in una lunga, torpida osses­sione. Sullo sfondo di una Parigi mai così crudele, in una Rive Gauche ingan­nevol­mente romantica e mondana, Marya finisce per trovarsi avviluppata in un tor­mentoso ménage à trois; e quando, con un palpito di disperata onestà, prova a lacerare il velo delle apparenze, com­prende che in quell’irrespirabile bohème i codici sociali pesano quanto e più che altrove. Schiacciata fra l’anelito a una vita rispettabile e la realtà obbligata del demi-monde, si scopre così condannata senza appello all’«esistenza grigia, spaventosa, dei derelitti»: un mondo irreale e al tem­po stesso terribilmente concreto, fatto di sordidi caffè e grame camere d’albergo, dove è impossibile trovare scampo alla tragica ineluttabilità della vita.

Persone insulse
Leggendo questo libro mi sarei aspettata di “respirare” la Parigi degli anni ’20, con la sua musica Jazz, gli artisti ed intellettuali seduti ai tavolini dei caffè, la moda di Coco, la voglia di vivere, il risveglio post-bellico e tutto ciò che affascina di quei famosi anni ruggenti.
Ma da questo libro, a quanto pare con una forte componente autobiografica dell’autrice, trapela solo una grande malinconia, tristezza e soprattutto mediocrità. Mediocrità di tutti i protagonisti. Nessuno a mio avviso si salva. La protagonista principale è Marya, inglese sposata con un “trafficone” polacco che quando finisce in carcere lasciandola senza soldi per sopravvivere nei miseri alberghi Parigini decide ad accettare l’ospitalità di una coppia di amici. E il gioco inizia…
E dopo 170 pagine circa per fortuna il romanzo finisce….