venerdì 25 gennaio 2019

L'unica (?) storia.

Abbiamo quasi tutti un’unica storia da raccontare. Non voglio dire che nella vita ci capiti una cosa sola; al contrario, gli avvenimenti sono tantissimi, e noi li trasformiamo in altrettante storie. Ma ce n’è una sola che conta, una sola da raccontare alla fine. E questa è la mia.

Inghilterra, anni '60 del secolo scorso. Cittadina imprecisata, a una quindicina di chilometri da Londra. Spinto dalla madre, il giovane Paul si iscrive al circolo del tennis. Durante un doppio misto incontra Susan, cinquantenne, sposata, con figli. E intreccia con lei una storia d'amore, quella che segnerà la loro vita per sempre. Non l'unica (ce ne sono sempre altre, o prima o dopo) ma quella più importante.

La storia ce la racconta Paul: forse non il tipico diciannovenne ma si crede più scafato di quanto non sia in realtà. Descrive ambienti e persone con un po' di spocchia, permettendosi giudizi sprezzanti sugli adulti che lo circondano. Ha con i genitori un rapporto improbabile per un italico genitore. Gli lasciano fare quello che vuole, e Paul se ne allontana senza se e senza ma, tanto che scompaiono presto dalla storia.
Susan sembra anticonformista come Paul. Lo porta a casa, nonostante la presenza del marito, ostentando la relazione con il giovane "cicisbeo" che chiama Bel-Ami. Ci vuole un bel pezzo di racconto per scoprire un po' di più chi sia Susan, il rapporto con il marito bevitore e violento, le sue debolezze e fragilità.
Quella che potrebbe sembrare una storia estiva ( Missis Robinson ricorda qualcosa?) si trasforma in amore vero.
I due vanno a vivere assieme. Un passo importante, enorme, fatto con non poche ambiguità: Susan continua a vedere il marito, mantengono comunque qualche apparenza (hanno due camere separate, non dicono apertamente di stare assieme, è Susan che mantiene la casa). Paul continua la sua vita quasi come prima. Quella che vede cambiare tutto è Susan, che non regge. Lo aveva detto Joan (personaggio memorabile): "non fare del male a Susan, tutto qui".

Ce lo dice chiaramente Paul: a quel punto aveva fatto la scoperta più tremenda della vita, quella che, con ogni probabilità, getta un’ombra su tutte le successive relazioni: la scoperta che l’amore, perfino il più ardente e sincero, può, se aggredito nella giusta proporzione, cagliare in un grumo di rabbia mista a pena.

Julian Barnes scrive benissimo. E il suo libro offre infiniti spunti di discussione: il più semplice riguarda le relazioni d'amore. Può un amore sopravvivere a una così grande differenza di età? Parrebbe di no, a leggere il libro, ma a volte invece la coppia regge (vedasi presidenti francesi ed ex insegnanti). L'alcolismo, anche. Quello del marito di Susan e quello di Susan stessa (peraltro descritto benissimo nel libro). Il personaggio di Paul lo abbiamo distrutto, poraccio. E un po' vigliacco lo è davvero, anche se non lo abbiamo del tutto condannato per aver lasciato Susan. Alla fine quello con tutta la vita davanti è lui, e Susan si sta rapidamente autodistruggendo.

Tirando le fila della discussione che è stata vivace e divertente, con Miffi a difendere il libro e noi un po' a stroncarlo (ma non troppo), il libro ci è piaciuto ma anche no. Come detto l'autore ha grandi capacità, e la storia parte bene, per poi spegnersi lentamente tanto che il giudizio finale è un "Meh" che vuol dire tutto e niente.
Lo so che non è una valutazione vera ma temo sia uno di quei libri che bisogna leggere e farsi un'idea propria.
Alla fine è stata Monica a dire la frase che più mi è piaciuta: Sto uomo scrive benissimo, che qualcuno gli dia una storia da scrivere. 

Ben due recensioni, siore e siori:
Monica, 2 stelle e mezzo
Per fortuna ci sono altre storie
Non c'è feeling fra me e Barnes. E mi dispiace. Perché scrive molto bene, ma cosa? Anche questo libro, che racconta l'incontro e l'innamoramento fra un diciannovenne e una casalinga della buona borghesia inglese negli anni '60, parte bene ma poi si perde e diventa solo un susseguirsi di pagine noiose. Inutile spreco di parole e filosofia spiccia sull'amore.

Cristina, 3 stelle
Inizio e fine di una storia d'amore destinata al fallimento sin dagli albori.
Giovane immaturo (e convinto di essere invece quello nato imparato) si innamora di signora di mezza età che dalla relazione - purtroppo - ha solo da perdere perché invece di godersi il giovane virgulto vigoroso (o presunto tale) butta a carte quarantotto la propria vita e fugge sull'onda dell'entusiasmo dell'innamoramento.
La storia (l'unica, apparentemente) ci viene raccontata dal giovane virgulto nella prima e seconda parte, dall'uomo adulto nel terzo e ultimo e scontato capitolo. Alla fine del libro il lettore non può che concordare con il protagonista quando ammette (anche se non chiaramente) che lui, della vita, non ha capito nulla. Quella che aveva capito era Joan. Non altrettanto Susan (l'attempato amore del protagonista). E a Susan tocca proprio il destino peggiore, non solo viene mollata dal suo giovane cicisbeo ma per giustificare la fuga di lui (eroico, resiste ben dieci anni) viene caricata di marito manesco, figlie ingrate e del vizio del bere.
Ecco, la discesa nell'inferno del bere è raccontata davvero bene. E tocca purtroppo ammettere che si, il protagonista ha fatto bene a mollare Susan. Non l'avesse portata con se in una situazione che negli anni sessanta-settanta sarebbe stata socialmente insostenibile per qualunque donna sarebbe stato pure meglio.
A Barnes va riconosciuta una scrittura davvero buona ma - almeno per me - delle trame non del tutto convincenti.


Ci si vede il 19 febbraio, solito posto solita ora. Libro del mese Louise. Canzone senza pause di  Eliana Bouchard.





lunedì 7 gennaio 2019

Il bene sia con voi!

La forza della vita, la forza dell'umano nell'uomo è enorme, e nemmeno la forma più potente e perfetta di violenza può soggiogarla. Può solamente ucciderla. ... In un'epoca di ferro, la vita, se anche muore, non è comunque sconfitta

In 61 anni di vita Vasilij Grossman ha attraversato due guerre mondiali (nella seconda è stato al fronte come corrispondente di guerra per quasi tre anni, entrando tra i primi ad Aushwitz) e le trasformazioni sociali e culturali di una Russia in cui essere ebreo è un marchio tanto quanto lo era per coloro che vivevano sotto il regime nazista. 

Nella sua esistenza ha quindi attraversato la Storia in tutta la sua crudeltà e in tutto il suo orrore. Tuttavia, dalla lettura dei suoi racconti si comprende che nonostante tutto ha ancora fiducia nel genere umano. Bellissimo il commiato alla fine di Il bene sia con voi! racconto che da il titolo al libro del mese di dicembre.
Che le montagne immortali si riducano pure a scheletri, l’uomo esiterà in eterno. Vogliate dunque accettare queste poche righe di un traduttore dall’armeno che non conosce l’armeno. È probabile che molte cose io le abbia dette malamente, non come avrei dovuto. Ma le abbia dette male o bene, le ho comunque dette con amore. Barev dzes-il bene sia con voi, armeni e non armeni.
Interni del monastero armeno di Geghard,
visitato da Grossman

Grossman è uno scrittore immeritatamente sconosciuto al grande pubblico. Merita conoscerlo, fosse anche solo per come ha vissuto la sua vita, per la visione critica ma non cinica del periodo storico in cui a vissuto, per il coraggio di dire sempre e comunque quello che pensava, pagando in prima persona il coraggio delle proprie convinzioni.

Il bene sia con voi! è una raccolta di racconti, un punto di partenza per conoscerne lo stile asciutto (da buon giornalista), ma non freddo. Come in ogni raccolta qualcosa ci è piaciuto di più, altro meno. Probabilmente il racconto lungo, quello che da il nome al libro, è proprio quello più noioso da leggere.

Non c'è stato un racconto "preferito", anche se il primo Il vecchio maestro, è forse quello dall'impatto emotivo più forte, così come La strada, storia di un mulo italiano portato sul fronte russo in cui si può riconoscere la storia di tanti nostri connazionali in periodo di guerra.

Nel complesso un buon testo, ma molto triste. Sicuramente non il capolavoro dell'autore ma un buon punto di partenza.

Una sola recensione, di Cristina (3 stelline):
Una raccolta di racconti, tutti più o meno dolenti, alcuni dolorosi. Il più corposo è quello che dà il titolo al libro ed è forse quello più indolore, da leggere: quasi un viaggio tra i sassi dell'Armenia, terra che pure lei, in quanto a dolore, non scherza..
La raccolta ha il pregio di essere un buon modo per conoscere un autore notevole non fosse altro che per il coraggio dimostrato nel ruolo di corrispondente di guerra prima, di autore poi, in una Russia sempre più antisemita. Delle difficoltà racconta brevemente proprio in Il bene sia con voi, racconto del periodo vissuto in Armenia a lavorare a una traduzione dall'armeno al russo del testo di un autore oramai sconosciuto (almeno a me).
Come in tutte le raccolte alcune cose ti piacciono di più (il vecchio maestro, La strada), altre di meno. I racconti più "sentimentali", quelli citati, mi sono piaciuti parecchio, in effetti, ma ho trovato piuttosto noioso proprio Il bene sia con voi.
Un autore da recuperare di sicuro, in un periodo più ottimista.


Prossimo incontro il 22 gennaio del nuovo anno:
Si legge L'unica storia di Julian Barnes.




sabato 24 novembre 2018

Storie e cantastorie.

Mauro Corona e Luigi Maieron
Due amici si raccontano davanti al fuoco e a un bicchiere di vino.
Uno dei due è Mauro Corona, ormai conosciutissimo scrittore, convertito a un filosofeggiare che lo ha portato alla ribalta (e in televisione). L'altro è Luigi Maieron, cantastorie conosciuto soprattutto a livello locale, ma che si rivela una scoperta piacevole.
Il libro è tutto qui, nella trascrizione di una o più conversazioni tra amici: raccontano storie di donne, di musicanti, di famiglia e - soprattutto- raccontano se stessi. L'interesse di questo libro (e anche il suo limite) è tutto qui. Se quanto viene raccontato interessa il libro scorre velocemente, se invece non colpisce immediatamente allora viene voglia di saltare il capitolo e mollare tutto.

Trio Pakai nel 1974
Il libro è stato scelto da Marco che lo aveva trovato interessante. Il racconto a quattro mani (o due voci che dir si voglia) e il sapore di storie antiche e di montagna gli era piaciuto anche se lo stile non lo aveva colpito particolarmente, anzi all'epoca gli era parso un passo indietro rispetto ai primi lavori di Corona.
Opinione, questa, che alla fine della discussione è stata condivisa da quasi tutti. Il libro - nonostante sia stato pubblicato da una grossa casa editrice - è risultato piuttosto piatto e con un editing non particolarmente curato. Probabilmente si tratta di un caso da "piglia i diritti e scappa". Corona ha un suo seguito e questo basta e avanza per vendere un buon numero di copie.
Ha anche una buona dose di detrattori, così ben tre di noi il libro non sono riuscite a finirlo.
Nonostante questo il libro tutto sommato non è dispiaciuto. I racconti di Maieron, che ricorda i musicanti più famosi del Friuli con numerosi aneddoti, e in generale la struttura del libro, ricordano non poco i fogolars di una volta. Rivive così un Friuli ormai dimenticato che ha il fascino antico della montagna e della neve.
Una operazione nostalgia che tutto sommato funziona.
Corona è Corona, con il bagaglio pesante della famiglia e dell'educazione che ha avuto, e una voglia di rivalsa che nonostante il successo si porta ancora addosso. Dove finisca il personaggio (il filosofastro, come dice lui stesso) e dove inizi il vero Corona è difficile da capire, e probabilmente non ha importanza. Maieron è una bella scoperta e sicuramente un cantastorie di talento.
Certo che se il primo capitolo, dedicato alle donne, non fosse stato così ostico...

Ho trovato una sola recensione, di Cristina (3 stelline).
Una amica diceva che le persone si dividono in due gruppi, quelli che raccontano solo di sè (come Mauro Corona) e quelli che raccontano prevalentemente degli altri (Luigi Maieron docet, tirargli fuori robe personali pare impossibile in questo volume).
Con ogni probabilità se fosse stato un audiolibro mi sarebbe piaciuto di più, trattandosi della trascrizione di una serie di conversazioni (sicuramente riviste, corrette e editate) tra Mauro Corona e Luigi Maieron. Meglio se letto da loro, ne avrebbe sicuramente guadagnato.
Così mi è piaciucchiato ma non mi ha particolarmente colpito, un po' per la predominanza nel racconto di Mauro Corona un po' perchè non sono riuscita a comprendere appieno lo scopo di questo breve libro che è un pò racconto di vita, un po' racconto epico della gente carnica (a volte sembra di essere attorno al fuoco, nei boschi, a senti raccontare antiche fiabe e antichi miti).
Se Maieron scrive altro sicuro lo leggo.


Il libro del prossimo mese è  Il bene sia con voi di Vasjili Grossman, scelto da Lia.






Ci si vede martedì 11 dicembre, solito posto solita ora.
E attenzione che la prossima volta c'è l'ormai tradizionale Babbo Natale libresco.




lunedì 15 ottobre 2018

Una stanza tutta per gli altri

Alicia Gimenez-Bartlett
Chi serve nella casa di un re finisce per credersi di sangue nobile solo perrcé sa che differenza c'è tra l'oro e l'ottone.

Alicia Giménez-Bartlett lascia le indagini dell'ispettrice che l'ha resa famosa e si immerge nell'Inghilterra di inizio Novecento e tra le due guerre mondiali. E non una Inghilterra qualunque ma quella di Virginia Woolf nella cui cucina ci ritroviamo a vivere, addirittura.
Conosciamo così il Bloomsbury Group, un gruppo variegato di intellettuali (scrittori, pittori, economisti ne hanno fatto parte negli anni) le cui opere (e comportamenti) hanno influenzato la società inglese per almeno un ventennio. Lo facciamo, però, da un punto di vista diverso, attraverso gli occhi di Nelly Boxhall che dei Woolf fu la cuoca per quindici anni.

L'opera mescola con abilità biografia e invenzione letteraria (la Giménez-Bartlett immagina il ritrovamento del diario di Nelly ma i fatti narrati sono ricavati dal diario di Virginia Woolf). Già dal titolo, che richiama quello del famoso saggio di Virginia Woolf "Una stanza tutta per sé", si comprende un po' dove vuole andare a parare l'autrice. Si tratta infatti sia di una celebrazione della vita e delle opere della famosa scrittrice, sia di una critica alla stessa.
Di Virginia Woolf ci vengono mostrati fascino e cultura, ma anche le tante ipocrisie e l'incapacità di vera empatia verso le sue "serve", frutto di educazione e differenze sociali che ancora oggi sono presenti nella cultura inglese.
Il quartiere di Bloomsbury, oggi
Il racconto di Nelly, via via più critico nei confronti della Woolf, descrive bene anche il vissuto sociale delle tante, tantissime donne obbligate ad andare a servizio, spesso prive di famiglia e di istruzione e quindi di possibilità di emanciparsi. Nelly, a modo suo, vivendo nell'ambiente di Bloomsbury acquisisce una maggiore consapevolezza di se e dei propri diritti, ma come dice spesso nel libro, si tratta di un'arma a doppio taglio, che di fatto la fa vivere in un limbo. Non sente più di appartenere al ceto (e all'ambiente) dove è nata ma non potrà mai appartenere nemmeno a quello in cui si trova a vivere perché anche coloro che fanno gran vanto delle proprie lotte per l'uguaglianza sociale la tengono ben distante.
Emblematico, in questo, che i Woolf non concedano a Nelly una stanza tutta per se all'interno della propria casa. In quella che è la scena più importante del libro Nelly rivendica i propri spazi e lo fa proprio scacciando la scrittrice dalla sua stanza.
Virginia Woolf  esce dal racconto un pochino ammaccata, diciamo. Ma il ritratto che ne viene fatto è probabilmente molto più veritiero di quello di tanti saggi e biografie.

Devo dire che mai prima d'ora c'era stata una simile convergenza di opinioni. Il libro è piaciuto a tutte. E' scritto bene, interessante e basato su una richerca bibliografica accurata. La cuoca Nelly, pur nel suo carattere spigoloso e qualche volta fuori dalle righe ci è stata da subito simpatica, tanto che avremmo voluto che il diario esistesse veramente.
L'unica obiezione presentata è che dal racconto la figura di Virginia Woolf ne esce un po' maluccio, perde quell'aurea di progressista che la lettura del bellissimo Una stanza tutta per sé faceva immaginare. Nonostante tutto la Woolf era troppo figlia del proprio tempo e del proprio ceto per poter davvero capire le rimostranze del proprio personale di servizio. La scrittrice dimostra, però, anche una pazienza e una tolleranza verso alcuni comportamenti di Nelly che probabilmente all'epoca ben pochi avrebbero avuto. Forse aveva ragione Agatha Christie in parecchi suoi gialli quando scrive che la perdita di una buona cuoca è una tragedia per una casa ^_^.

In rete ho trovato ben due recensioni (che come vedrete convergono sul voto complessivo dell'opera). A grande richiesta d'ora in poi non parleremo più di stelle, nelle valutazioni, ma passiamo direttamente alle palle. Un po' dissacrante ma chiaro.

Monica - 4 palle!
Virginia Woolf
Un gran bel libro, molto interessante.
Ci fa conoscere Virginia Woolf da una prospettiva diversa da quella autobiografica dei suoi libri.
Lo fa attraverso le parole della sua domestica, donna umile, orgogliosa, che acquisisce indipendenza di pensiero giorno dopo giorno, vivendo in quella casa sempre piena di artisti ed intellettuali.
È passato un secolo esatto da allora, ma pare che molte cose non siano cambiate.
Libro attualissimo, adesso che la parola radical chic è molto di voga, con tutte le sue connotazioni.


Cristina - 4 palle!
Confesso che di Virginia Woolf non sapevo quasi nulla (a parte che si è suicidata e che era una scrittrice). Di suo ho letto (se così si può dire, l'ho caldamente odiato) Orlando. Mi piaceva l'idea di questo essere che a ogni cambio di secolo cambia anche sesso, ma la trattazione mi ha urticato parecchio e alla fine ho desistito.
Colpa mia? Sicuro. Quanto meno per non aver scelto un libro nelle mie corde.
Sta premessa per dire che non avevo aspettative sul libro (nemmeno sull'autrice di cui ho letto solo un paio di gialli, carini, peraltro).
Comunque mi è piaciuto (più la prima parte che la fine onestamente). Mi è piaciuta la voce di Nelly, e l'ambiente (per quanto particolare come quello in cui vivono i protagonisti) tra le due guerre mondiali, visto attraverso gli occhi di una donna, non sposata e per di più costretta a lavorare praticamente priva di diritti. Ed è proprio dalla richiesta di diritti che nascono le tensioni. Mi domando come abbiano potuto vivere sotto lo stesso tetto in quella tensione e, pur parteggiando per Nelli, ammetto che se spesso (soprattutto alla fine) il suo comportameno risulta sgradevole, come quello di tutti quelli che chiedono ciò che gli spetta, in fondo.
La Woolf non ne esce benissimo, forse, ma il ritratto mi pare aderente a quello di una donna del suo ceto in quel periodo: da una parte lotta per i diritti ma si sconvolge e non poco quando si rende conto che quei diritti spettano anche alle sue cameriere.
Interessante. 


Prossima serata martedì 13 novembre. Il libro del mese sarà Quasi niente di Mauro Corona e Luigi Maieron.


A presto.


giovedì 27 settembre 2018

Il commesso.

Erano i primi di novembre e all'alba l'oscurità della notte durava ancora nella via, ma il vento, con meraviglia del negoziante, imperversava già. Gli sbatté con violenza il grembiule in faccia mentre si chinava a raccogliere le due cassette di latte dal bordo del marciapiede. Ansimando, Morris Bober trascinò fino alla porta i pesanti recipienti

 Secondo dopoguerra. Una New York che dovrebbe essere quella del boom economico, delle grandi occasioni per tutti, e che invece si avvita su se stessa, incapace di un cambiamento, che sia anche quello di fallire, di vendere, di andarsene. 
Morris Bober ha il destino già scritto: ce l'ha nel nome. Come ci chiarisce subito l'autore Bober in yiddish significa "persona da poco". Non ha ambizioni di sorta, solo il rammarico di non aver saputo o potuto dare di più alla moglie Ida e alla figlia Helen che invece ambizioni e speranze ne ha ancora ma le sacrifica per aiutare la famiglia.
Morris manda avanti a fatica un negozietto di alimentari che è sull'orlo del fallimento. Lo è sia perchè altri negozi hanno aperto nelle vicinanze sia perché Morris, purtroppo, non ci sa fare, non è tagliato per fare il commerciante.
Tuttavia quello è il suo lavoro, sembra impossibile smoverlo da quel negozio anche se sa che falliranno. Non ci riesce la moglie, che invece vorrebbe vendere, non ci riesce Helen, che non dice nulla, ma sogna un fururo migliore.
Una sera le cose peggiorano, se possibile. Morris viene rapinato e ferito, per quasi nulla, pochi spiccioli.
Qualche giorno dopo nella vita di Morris e di Helen entra Frank Alpine, italo americano, che si offre di aiutare in negozio. E' quasi un senza tetto, si accontenta del pochissimo che gli possono dare, e così diventa il commesso di Morris.

Il commesso è un racconto di personaggi: la dignità di Morris, onesto anche quando essere onesti fa più danno che altro, soprattutto alla sua famiglia; la luce e le tante ombre di Frank, che onesto non riesce a essere, anche se vorrebbe, anche se si innamora di Helen e sogna di essere migliore per lei, ma poi, quando davvero potrebbe fare la differenza causa dolore e sofferenza; La forza di Helen, che forse ce la farà, e se ce la farà sarà grazie ai sacrifici di Frank.


Ci ha colpito, ne Il commesso, questa specie di cappa che sembra avvolgere i personaggi, questa incapacità di ribellarsi a un destino che sembra già scritto. Frank è l'unico personaggio che evolve nella storia, pur con infiniti passi falsi e ricadute. Ma lo fa abbracciando il destino di Morris. Per Morris stesso il destino è davvero beffardo. Quando sembra andare tutto per il meglio, ecco che il fato si mette in mezzo. E il finale, che è aperto, non ispira un particolare ottimismo nel lettore.

Allegro non è, questo libro, ma offre infinite possibilità di discussione, di riflessione. Si può parlare di Morris che è dignitoso e onesto, ma il cui comportamento dignitoso e onesto porta al disastro. Si può parlare all'infinito di Frank, sicuramente il personaggio più complesso del volume, tutto luci e ombre, passi avanti e cadute nel baratro, attraente come i cattivi soggetti riescono a essere, e al contempo sgradevole e inaffidabile. Si può parlare dei sogni di Helen, giovane donna che non si rassegna a diventare la moglie di qualcuno solo per sistemarsi ma vorrebbe per se qualcosa di più.

Il libro è piaciuto. Molto a Marco e Annarita, sicuramente. Più critiche Rita, Lia e Cristina. Stefania, Zaffira e Marilaura per ora non lo hanno affrontato, ma domani chissà. Monica, che lo ha scelto, lo ritiene un libro forse non facile, ma da leggere comunque, proprio per tutte le ragioni di cui sopra.

Solo una recensione, quella di Cristina, e mi spiace perchè è un poco critica (3 stelle) mentre invece il libro è in genere molto apprezzato:
Becoming Morris...
Qualcuno mi spieghi perchè i capolavori devono essere tristi che più tristi non si può. E di tristezza qui ce n'è da bastare per tre, forse persino quattro altri libri!
Morris Bober ha un negozio di alimentari sull'orlo del fallimento, un po' per la crisi, un po' tanto per incapacità. E' onesto o dignitoso, umano e gentile, ma inadatto a fare il commerciante. Una persona normale se ne sarebbe accorta subito e sarebbe passata a altro ma se lo faceva allora il libro dove finiva? E fortuna che l'America è il paese delle opportunità!
Quindi Morris persevera verso il disastro e lo fa fidandosi del commesso, tale italoamericano Frank Alpine, che non ha nessuno dei pregi di Morris, ma possiede un certo qual fascino, quello di chi è diviso tra onestà e disonestà, tra bontà e cattiveria.
Poi c'è Helen, figlia di Morris, che ha ancora qualche aspettativa dalla vita, e che forse ce la farà, nonostrante l'errore di fidarsi - pure lei - di Frank. Errore che paga in prima persona, ma che mette in moto il riscatto morale di Frank. La trama prosegue tra sfortune e dolori fino a un finale che sembra aprirsi alla speranza e al riscatto ma che invece crolla su se stessa.
Ma almeno Morris è morto con la speranza nel cuore, ignaro del nuovo schiaffo che il destino darà alla sua famiglia. Qualcuno dovrebbe evitare di mettere prefazioni piene di anticipazioni sulla trama all'inizio del libro, soprattutto se trattasi di ebook te le leggi e poi quando il libro non ti piace ti senti pure intellettualmente inferiore (cosa che probabilmente pure sono, eh). Tre stelle perchè ho faticato a finirlo ma l'ultima parte è davvero bella e per il personaggio di Morris che è adorabile. Per tutta la lettura ho avuto in mente l'immagine della Pietà Bandini, chissà perchè.


Libro del prossimo mese: Una stanza tutta per gli altri di Alicia Giménez-Bartlett. Lo ha scelto Marilaura.



Ci si vede martedì 9 ottobre.





domenica 29 luglio 2018

Questo lato della verità.

Quante volte ho sentito dire la frase "non ho parole". Riesco perfino a sorridere di queste undici lettere che significano l'esatto contrario di quello che esprimono, l'impossibilità di parlare quando siamo sopraffatti dalla quantità di cose da dire.

Sotto cieli noncuranti "ruba" il titolo a un verso di una poesia che Dylan Thomas dedica al figlio maggiore.
Lo trovo adatto: anche Sotto cieli noncuranti è un libro di figli.
In questo caso si parla di figli persi, in una tragedia, e di figlie che una tragedia la devono affrontare, passando attraverso lutto e sofferenza, mentre gli adulti si rifugiano nel loro mondo fatto di quotidianità e lavoro.
Apparentemente è un giallo, un'indagine.
Il figlio di Pietro, imprenditore di successo con moglie a Torino e amante a Roma, muore. Cade da una finestra. In casa solo la madre. E' stato un incidente? E' stato un omicidio?
Sul caso indagano Violaine, ex sciatrice ora psicologa prestata alla città con genitori che vivono su, in paese, tra la neve, e il magistrato Giovanni Corrias. Siamo a Natale e Torino è sotto la neve. Ed è proprio sotto la neve che muore la moglie di Corrias. Un incidente, mentre porta il cane di casa a fare la sua passeggiata.
Ecco che l'investigazione lascia  il posto al racconto di una famiglia in lutto, e alla voce di Matilde la figlia dodicenne del magistrato "quella con la spina più fonda nel cuore". Durante le indagini tra la famiglia Corrias e Violaine i rapporti si stringono e appena qualche giorno dopo il funerale si ritrovano tutti a casa dei genitori della poliziotta, con Il Barba e la moglie, coinvolti nelle celebrazioni di Capodanno.
Come in tutti (o quasi) i gialli alla fine si scoprirà come si sono svolti i fatti e una qualche misura di pace (fosse anche temporanea) i protagonisti la trovano: che il prossimo anno sia bellissimo.

Il libro ci è piaciuto, ha una scrittura in alcuni tratti pregevole, ma non si perde in arzigogoli da premio letterario (qualcuno lo ha comunque vinto).
Belle le descrizioni del Paese tra la neve, in bilico tra abbandono e riscoperta turistica, bed and breakfast e tradizioni centenarie. Ci sono piaciuti Il Barba e la moglie. Il Barba, soprattutto, con la sua saggezza e ruvidità da vero montanaro.
Il finale, però, è troppo veloce, e anche un po' raffazzonato, e un romanzo che parte davvero benissimo si perde e si sfilaccia.
Diventa difficile dividere le tante voci narranti che si susseguono (anche se Matilde è quella più presente) tanto che la soluzione all'investigazione, se appena appena si salta una pagina, rischia di sfuggire.

Alcune sottotrame aggiungono ben poco al racconto: ad esempio del matrimonio finito del capo di Violaine che è pure un personaggio abbastanza meschino presto ci si dimentica e aggiunge poco se non nulla alla narrazione.
Speravamo in un seguito, ma purtroppo non c'è. In seguito l'autrice si è dedicata a altre storie. Non sapremo mai se Violaine torna in Paese o no, se sposa il suo vecchio fidanzato o no, come cresceranno le tre figlie di Corrias. E' un po' un peccato, ma comunque il libro ci è piaciuto lo stesso.

C'è solo una recensione:
Cristina 4 stelline
Due tragedie si incrociano durante una investigazione. Più che un poliziesco (la cui soluzione avevo indovinato piuttosto presto) un racconto che segue i percorsi del dolore e del lutto. Scrittura piacevole ma altalenante: a volte è poetica più spesso è normale (come forse vorrebbe il giallo).
Un po' troppo veloce sia l'investigazione che il percorso di elaborazione del lutto familiare. Belle le descrizioni della montagna e della vita di un piccolo paese innevato, anche se forse sia la madre che il padre della protagonista sono un po' stereotipati.
Comunque bello.
 


Quindi approfitto e metto la poesia di Dylan Thomas. Serve a nulla ma è bella (e poi le ho rubato pure il titolo del post.

Questo lato della verità (a Llewelyn)
Questo lato della verità
non puoi vederlo, figlio mio 
re dei tuoi occhi azzurri nel paese 
dell’accecante gioventù che ogni cosa è annientata 
sotto i cieli noncuranti 
d’innocenza e di colpa

prima che tu ti accinga
 a un gesto del cuore o della mente

esso è colto e disperso nel buio turbinante
 come la polvere dei morti.
Bene e male, i due modi
 di trascinare in giro la tua morti s
ul mare maciullante,

re del tuo cuore nei tuoi ciechi giorni dileguano come respiro gridando vanno attraverso me e te

e l’anima d’ogni uomo
 nell’innocente buioe nel buio colpevole, la buona

e la cattiva morte, e poi
 nell’ultimo elemento
 volano come il sangue delle stelle,
come le lacrime del sole
come il seme della luna, rottami
 e fiamme, l’enfatico discorso 
del cielo, o re dei tuoi sei anni.

E il desiderio colpevole, fin dal principio delle piante
 degli animali e degli uccelli, acqua e luce, terra e cielo,
 è decretato prima che ti muova 
e ogni tuo atto o parola 
ogni verità, ogni menzogna 
muoiono nell’amore che non giudica.
(trad. Ariodante Marianni) 


Ad agosto ci prendiamo una pausa (che onestamente ci serve).  Ci si vede a settembre, martedì 18, se non erro.
Libro da leggere: Il commesso di Bernard Malamud.




venerdì 22 giugno 2018

Spesso sono felice di Jens Christian Grøndahl

La cosa peggiore fu perderti, ma la seconda cosa peggiore fu che non avesti mai la possibilità di chiedermi perdono.

Ellinor ha settant'anni. Rimasta vedova per la seconda volta decide di cambiare vita. Radicalmente.
Tra lo sconcerto dei figli del secondo marito, che ha cresciuto come fossero suoi, decide di vendere la bella villa nel quartiere bene in cui ha vissuto per anni e di ritornare nel quartiere di nascita, a Copenaghen, dove, come le dice uno dei figli adottivi, non passa giorno che non si abbia notizia di sparatorie e di bande criminali. Ma a Ellinor non importa, l'unica cosa che conta è poter tornare dove è nata, forse per recuperare, anche se ormai è troppo tardi, il rapporto con la madre, mai completamente risolto, forse per lasciarsi alle spalle la sofferenza per la morte del marito e i tanti segreti che hanno segnato la sua esistenza. O forse per riappropriarsi di se stessa e vivere, finalmente e per la prima volta, a modo suo.

Il romanzo - così breve da essere praticamente un racconto lungo - è scritto come una lunga lettera di Ellinor a Anna, un'amica morta molti anni prima in un incidente sulle Dolomiti. Nella lettera Ellinor fa il resoconto della sua vita, dalla nascita alla seconda vedovanza, senza reticenze e anche con un discreto disincanto. Si scopre così il segreto della nascita di Ellinor (è figlia di un soldato tedesco e la madre, giovanissima, la cresce da sola nascondendone le origini), il rapporto con la madre, mai risolto, l'amicizia con Anna che è il suo opposto ma diviene ugualmente la sua migliore amica,  allacciando forse il rapporto più vero e profondo della sua vita.

La discussione è stata sorprendentemente animata, e molto interessante. Dico sorprendente perchè il libro è davvero corto, appena un centinaioi di pagine, e racconta una storia tutto sommato positiva. Oltretutto, pur con i giusti distinguo, il libro è stato apprezzato più o meno da tutte. Annarita ha trovato la protagonista antipatica, e il suo decidere di tagliare i ponti, anche con una certa durezza, con i figli adottivi, l'ha perplessa. Monica, invece, ha rilevato che il libro non ha un fine vero e proprio, non si sa dove vuole andare a parare. Racconta solo la storia di Ellinor ma poi il finale è lasciato per molti versi in sospeso. Le è dispiaciuto che il tema legato alla nascita della protagonista sia stato solo sfiorato, mentre avrebbe forse meritato qualche approfondimento in più. Marilaura è rimasta colpita dal rapporto tra Ellinor e Anna, così forte da resistere davvero a tutto. Ellinor ama Anna sicuramente più del prima marito, superficiale e inaffidabile e presto dimenticato. Ama Anna così tanto che in un certo senso ne prende il posto, sia di moglie che di madre, e soprattutto le perdona tutto, incluso il tradimento.
Credo che Zaffira abbia fatto la disamina più appassionata, infatti credo che le chiederò una recensione scritta.

Riassumendo: ci ha colpito, in Grondahl, la capacità di immedesimarsi nella sua protagonista, con una sensibilità notevole e la capacità di condensare, in un libro così breve, un numero notevole si spunti e tematiche. Alcune non sono che sfiorate (il tema delle origini di Ellinor viene solo accennato, ad esempio, ma aiuta a comprendere molte delle sue scelte di vita e la sua reticenza), così come quello della genitorialità "surrogata" di cui vediamo le conseguenze, ovvero il rapporto con i figliastri che si rompe (anche se non con entrambi) non appena Ellinor inizia ad agire per se stessa e non per il ruolo fino ad allora ricoperto, ma non l'evolversi.
Eppure emerge in maniera vivida il ritratto di una donna che per tutta la vita ha nascosto la sua vera essenza, dalla nascita fino al secondo matrimonio, che si è adeguata - anche felice - al ruolo di matrigna amorevole e moglie devota, ma che non più giovanissima riconquista se stessa, dimostrando che non è mai troppo tardi per vivere a modo proprio. Lo confesso, io da grande voglio essere come Ellinor ^_^.


Prossimo appuntamento martedì 17 luglio 2018, sempre a casa di Zaffira. Libro del mese: Sotto cieli noncuranti di Benedetta Cibrario.