giovedì 29 dicembre 2016

Lo schiavista

“Potremmo star qui a discutere in eterno riguardo a ciò che costituisce l’uguaglianza di fronte alla legge, così come viene definita proprio da quegli articoli della Costituzione che l’imputato è accusato di aver violato. Nel tentativo di riportare in vita la propria comunità attraverso la reintroduzione di norme, come la segregazione razziale e la schiavitù, che, data la storia culturale dell’imputato stesso, hanno finito, nonostante la loro pretesa incostituzionalità e inesistenza, con il definire tale comunità, l’imputato ha fatto emergere una debolezza fondamentale nel modo in cui noi, in quanto americani, sosteniamo di considerare l’uguaglianza. “Non mi importa se sei nero, bianco, marrone, giallo, rosso, verde o viola”. L’abbiamo detto tutti. In teoria questa affermazione doveva dimostrare che la nostra visione delle cose era priva di pregiudizi, eppure chiunque di noi, se venisse dipinto di viola o di verde, sarebbe fuori di sé dalla rabbia. Ed è questo ciò che sta facendo l’imputato. Ci sta dipingendo tutti, sta dipingendo questa comunità di viola e di verde, per vedere chi ancora crede nell’uguaglianza.”
Il libro di dicembre è Lo schiavista di Paul Beatty, libro che ha vinto diversi premi prestigiosi quali il National Book Critics Circle Award e il Man Booker Prize.
Copio la sinossi della trama dalla terza di copertina: So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato". Questo l'inizio della storia di Bonbon. Nato a Dickens - ghetto alla periferia di Los Angeles - il nostro protagonista è rassegnato al destino infame di un nero della lower-middle-class. Cresciuto da un padre single, controverso sociologo, ha trascorso l'infanzia prestandosi come soggetto per una serie di improbabili esperimenti sulla razza: studi pionieristici di portata epocale, che certamente, prima o poi, avrebbero risolto i problemi economici della famiglia. Ma quando il padre viene ucciso dalla polizia in una sparatoria, l'unico suo lascito è il conto del funerale low cost. E le umiliazioni per Bonbon non sono finite: la gentrificazione dilaga, e Dickens, fonte di grande imbarazzo per la California, viene letteralmente cancellata dalle carte geografiche. È troppo: dopo aver arruolato il più famoso residente della città - Hominy Jenkins, celebre protagonista della serie Simpatiche canaglie ormai caduto in disgrazia -, Bonbon dà inizio all'ennesimo esperimento lanciandosi nella più oltraggiosa delle azioni concepibili: ripristinare la schiavitù e la segregazione razziale nel ghetto. Idea grazie alla quale finisce davanti alla Corte Suprema.

A discutere del libro (pasteggiando e bevendo allegramente) eravamo in sette: Rita, Monica, Marilaura, Daniela, Cristina, Stefania e Zaffira ma solo Cristina e Monica lo hanno finito. Le altre sono state tutte stroncate dallo stile di scrittura, moooooolto americano. Tanto che la sensazione è quello di un monologo di un comico (di colore) che racconta la sua storia piena di episodi assurdi, anche divertenti all'inizio, ma che alla lunga stancano. La storia stessa è eminentemente "americana", piena di citazioni, riferimenti, situazioni e chi più ne ha più ne metta che - almeno per noi - solo chi conosce bene gli Stati Uniti e le infinite sfumature della loro cultura, anzi delle infinite culture che compongono il cosiddetto melting pot americano, può comprendere appieno.
Purtroppo nessuna di noi pare disporne.
Il cast del telefilm Simpatiche canaglie, molto citato nel libro
Per curiosità ho dato una occhiata alle critiche su Goodreads e devo dire che i lettori USA danno, in media, una ottima valutazione al libro, il che parrebbe confermare che il backgroud culturale del lettore in questo caso incide parecchio nel piacere (o non piacere) della lettura.
Ho trovato, data la resa della maggior parte di noi, solo le recensioni di Monica e Cristina. Entrambe danno al libro 2 stelline.

Monica (aka La verde Monica)
Troppo americano.
Idea interessante quella sviluppata in questo libro dal titolo rivelatore, ma di difficile lettura e comprensione, nonostante il tono ironico utilizzato.
Troppo americano per essere compreso fino in fondo da chi americano non è
.

Cristina
Libro difficile, almeno per me. Non ho difficoltà ad ammettere che non c'ho capito molto, intriso com'è di una americanicità che credo solo un nativo o chi gli USA li conosce bene può capire veramente. La scrittura è, secondo me, pregevole, piena di giochi di parole e citazioni. Peccato che con me fossero tutte sprecate, dato che sono italiana, bianca (anzi, na mozzarella proprio), femmina, borghese e, fortunatamente, non sono mai stata discriminata in vita mia, o se lo sono stata non me ne sono accorta. L'ho finito, ma è stato per senso del dovere. Gli ultimi capitoli aiutano a capire il libro ma l'epifania arriva un filino troppo tardi.

Durante la serata ovviamente non abbiamo parlato solo di libri ma abbiamo allegramente e serenamente parlato di noi, di festività, di alberi di Natale, di gatti e di lavoro, come giustamente si fa quando si incontrano gli amici. E in piena amicizia ci siamo scambiati i libri del Babbo Natale libresco, tutti ben impacchettati, devo dire, anche se come ci ha ricordato Daniela la prossima volta li impacchettiamo tutti in un quotidiano, così sarà garantita la completa anonimicità dello scambio.
A me, devo dire, è andata bene, ho pescato un libro che volevo leggere da molto :).

Libro di gennaio, invece, sarà La bellezza delle cose fragili di Tayie Selasi:

Prossimo appuntamento martedì 17 gennaio 2017, a casa di Zaffira, alla solita ora.
Buone letture a tutti!

giovedì 8 dicembre 2016

Babbo Natale libresco!

E' Natale, siamo riusciti a ritagliarci una serata anche in questo mese gremito di impegni e allora riproponiamo una bella iniziativa: il Babbo Natale libresco.
Ciascuno di noi la prossima serata porterà, misteriosamente impachettato, un libro.
Non importa se sia nuovo, usato, riciclato, se sia uno dei nostri preferiti o non ci sia piaciuto affatto, se sia stato scelto con cura o solo perchè ci piaceva la copertina.
Durante la cena il libro sarà messo, assieme agli altri, sulla tavola e ciascuno prenderà - a caso - un pacchetto.
Se la pesca sarà felice, bene, altrimenti pazienza.
Ho presto capito che ciò che a me non piace è per un altro un inestimabile tesoro.
A ciascuno il suo libro, a ogni libro il suo lettore.

:)

giovedì 17 novembre 2016

Una sera d'autunno, uno sparuto gruppetto...



Anne Michaels
Guarda attentamente; prendi nota di ciò che vedi. Trova la maniera di rendere la bellezza necessaria; trova la maniera di rendere bella la necessità.
Il libro di novembre è In fuga, di Anne Michaels, poetessa, scrittrice e compositrice canadese.
Banalizzando, è un libro sull'Olocausto. Uno dei tanti, tantissimi, che affrontano questa immane tragedia. A volte sono così tanti che la loro sola moltitudine un poco ottunde, anestetizza, quasi un tentativo di tenere tragedia e dolore lontani. Racconta la vita di Jakob, orfano polacco che viene salvato da un geologo greco, Athos, che lo trova nascosto nelle paludi che circondano il sito archeologico di Biskupin. Anche Athos sta soffrendo: la scomparsa dell'amatissima moglie lo ha molto provato. Scopriremo, leggendo, che soffre di depressione. E portare il piccolo ebreo dalla Polonia asservita ai nazisti fino alla natia Zante, in Grecia, è un percorso lungo, e pericoloso.
Eppure Athos lo fa, offre a Jakob una seconda possibilità, lo nutre, lo nasconde, lo accudisce, cerca con lui notizie della sorella Bella che forse non è morta, poi lo porta con se in Canada, a Toronto, dove dopo la guerra si trasferiscono, esuli ebrei come tanti sopravvissuti devono essere. E' per Jakob un padre, il secondo che la vita gli ha dato. Quello che segna la seconda vita di Jakob perchè: Nessuno nasce una volta sola. Chi è fortunato, vedrà di nuovo la luce tra le braccia di qualcuno; oppure, se sfortunato, si sveglierà quando la lunga coda del terrore sfiorerà l'interno del suo cranio.
Isola di Zante, Grecia
Dopo la morte di Athos, Jakob diventa traduttore, vive un po' in Canada, un po' nella casa di Athos in Grecia. E' lì che si trasferisce con la seconda moglie Michaela, è lì che muore, investito, assieme alla moglie qualche anno dopo. E' a questo punto che la storia passa il testimone a Ben, figlio di immigrati ebrei, che lo incontra in Università a Toronto e ne segue le tracce, per scrivere un libro, fino in Grecia.
Il libro, pur non lunghissimo, è molto denso, intenso. Un libro tragico e poetico assieme, che ha nel linguaggio, estremamente lirico, il suo punto di forza. Gli avvenimenti sono filtrati attraverso il linguaggio che la Michaels ha limato e elaborato per ben 11 anni. Tanti le sono serviti per finire il volume. Forse questa eterna gestazione spiega la discontinuità tra la prima e la seconda parte. Decisamente più riuscita la prima, anche se qui l'utilizzo dello stile lirico è molto presente, molto meno la seconda, che pure ha uno stile più lineare.
Skyline di Toronto, Canada
Allo sparuto gruppetto presente alla serata (eravamo in sei: Rita, Daniela, Monica, Zaffira, Stefy e Cristina) il libro è piaciuto, con distinguo. Se per Zaffira, che del resto lo ha scelto, è il miglior libro mai scritto sull'Olocausto, per Monica è poetico e onirico. E' piaciuto anche a Rita e a Stefania, così come a Cristina che però è stata più critica. Lo stile lirico non le piace, come non le piace leggere poesia, quindi pur apprezzando il racconto ha fatto un po' fatica a finirlo. Daniela, proprio per lo stile lirico, non ce l'ha fatta proprio. Tra la scrittura, e il periodo lavorativo pienissimo, non è andata oltre le prime pagine.
Durante la piacevolissima serata la discussione sul libro si è intrecciata liberamente con argomenti come le elezioni americane, il riciclo, l'uso consapevole delle risorse, la difficoltà di avere comportamenti etici, il latte, vaccino, ovino e di mandorle, i fiori di Bach (di cui non capisco ancora una cippa), quelli australiani, Natale e annessi e connessi inclusa l'insopportabile rottura di trovarsi i panettoni davanti a novembre che sei già sazio e ancora Natale è lontano; Ma i mercatini natalizi sono così carini! Carine anche le luci natalizie, ma sia chiaro, solo bianche eh, che colorate sono proprio volgarotte. E non provate a portare le renne illuminate dalle parti di Daniela e di Miffi, perdindirindina! Il tutto (e altro ancora che ora mi sfugge) tra progetti di andare a visitare mostre, vedere film e ascoltare concerti o farsi prendere da un raptus di spendite acuta in giro per mercatini dell'antiquariato.

E a proposito di regali: a dicembre si rispolvera l'iniziativa Babbo Natale Libresco, che consiste nello scambiarci libri misteriosamente impachettati e che decida il destino a che tocca cosa. Sto pensando di ripescare qualcosa tipo Rovente passione da qualche scaffale! uhauhauhauha. Scherzo. O forse no!

Comunque ci si vede martedì 13 dicembre, solito posto, solita ora. Libro del mese, scelto da Stefy, il recente Lo schiavista di Paul Beatty. Dicono aiuti a capire l'America che ha votato Trump...


Ritornando al libro di novembre ecco la recensione di Monica che ha dato al libro 4 stelline: 
Poetico

Un libro poetico ed onirico in cui si mescolano vita, sogni e ricordi in un continuo interscambio.
La tragedia dell’Olocausto e della più feroce cattiveria umana contrapposti all’amore in tutte le sue forme.
Amore figliale, materno e paterno, amore per la natura, passione fisica e romantica; amore per l’arte, la musica, la poesia e molto altro ancora.
Un libro tutt’altro che facile sullo sfondo di un’Europa ferita, delle isole greche di Zante e Idra e della multietnica città di Toronto.
Consigliato.


E quella di Cristina, che invece stelle ne ha date 3:

Libro molto bello che ha, secondo me, il suo punto di forza in quello che poi è la sua maggiore debolezza, ovvero uno stile di scrittura estremamente poetico o lirico che dir si voglia.
Ci sono frasi meravigliose qui. Tragedie immani descritte in poche parole di rara efficacia, come la descrizione della fine, tragica e orribile, degli ebrei inghiottiti dal mare. Però secondo me questo linguaggio non è adatto alla prosa, è faticoso, anche inutile, sinceramente, se si deve raccontare una storia.
Infatti la storia procede a episodi, poetici quanto si vuole, ma non particolarmente coesi. Come non sono coese le due parti di questo libro. Molto buona la prima, che segue la vita di Jakob e Athos dalla Polonia alla Grecia e poi al Canada, meno la seconda quando il testimone passa all'insopportabile Ben.
In entrambe le parti, ovviamente, il tema centrale è l'olocausto, le ferite insanabili lasciate dalla morte (o peggio, dall'assenza) delle persone amate, l'impossibilità, per la maggior parte delle persone che sopravvivono di vivere una vita normale, ammesso che la normalità esista.
Stupendo il personaggio di Athos, padre putativo di Jacob, e la descrizione, dolce e sensuale di Michaela. Anzi, direi che la MIchaels ha un occhio di riguardo per tutte le donne di questo libro, Michela, Naomi, Bella, ma anche la prima moglie di Jakob sono descritte con amore e una punta di sensualità (i capelli di Bella, i fianchi di Michaela).
Gran bel libro, ma faticoso.

martedì 18 ottobre 2016

Come ladri nella notte.


Il libro di ottobre è l'interessante Ladri nella notte: cronaca di un esperimento di Arthur Koestler, nato Artúr Kösztler, scrittore ungherese naturalizzato britannico la cui vita ha più di qualche somiglianza con quella di Stefan Zweig.
Non per nulla in entrambi i casi il libro è stato scelto da Claudio.
Il libro si svolge negli anni immediatamente precedenti allo scoppio della seconda Guerra Mondiale e segue la fondazione, da parte di un gruppo di giovani ebrei immigrati, di un kibbuz, La Torre di Esra. La storia ci viene raccontata da Joseph, inglese, che mantiene per buona parte del libro un atteggiamento critico e distaccato, fino a quando un evento tragico lo spinge a impegnarsi in prima persona nella guerra che coinvolge ebrei e arabi. Guerra che dura ancora oggi.
Il libro è frutto delle esperienze dirette dell'autore, che ha avuto una vita decisamente avventurosa. Molto critico nei confronti dell'Inghilterra e degli inglesi che hanno molte responsabilità nel crearsi di una situazione che ancora oggi non ha trovato soluzione, non risparmia frecciate alla società ebraica, a quella araba e alla politica europea, incapace di comprendere la tragedia incombente.
Molto interessante anche la narrazione della vita nel kibbutz, con le dinamiche interne di una società costituita a tavolino, composta da persone che hanno poco vissuto in comune, unita dal sogno della Terra Promessa, di una patria propria quando tutto il resto del mondo diventa una minaccia.
Indipendentemente dall'idea che ognuno di noi si è fatto sullo Stato di Israele e sulla questione Palestinese è un libro che secondo noi va letto perchè aiuta a comprendere molti aspetti che, di fatto, in Europa non sono affrontati (se non di rado) dagli organi di informazione.
Molti degli eventi qui narrati hanno parecchi punti in comune con la situazione attuale: una guerra in corso, popoli che si spostano in cerca di una nuova Patria che consenta di sfuggire alla situazione priva di speranza nei paesi di origine, barconi alla deriva nel Mare Mediterraneo, tentativi maldestri di fermare una marea montante, incapacità politica di affrontare la situazione. Nel secolo scorso ciò ha portato a una guerra mondiale, che rischi stiamo correndo ora?
Tirando le fila del discorso possiamo dire che il libro ci è piaciuto. Ha le sue lungaggini ma la lettura ci ha permesso di approfondire alcuni punti di un periodo storico che non conoscevamo. Interessante anche la vita di comunità in cui, da una parte, si vive liberamente e le relazioni (anche sentimentali) sono fluide, ma in cui, di fatto, i limiti sono ugualmente imposti. Come in una famiglia allargata, pure impicciona.
Alla serata eravamo presenti in otto: Claudio, Stefania, Rita, Marilaura, Daniela, Monica, Cristina e Zaffira, che ci ha ospitato con la consueta gentilezza.

Al momento ho trovato solo la recensione di Daniela, che è molto lusinghiera.
Al libro da, infatti, ben 4 stelle. 
Ottimo. Libro bellissimo, sia come scrittura che come esposizione dell’argomento. A metà tra romanzo e storia, nel raccontare i primi arrivi dei coloni ebrei in terra araba, ne descrive le difficoltà, i rapporti con gli abitanti, dall’inizio negli anni ‘30 fino allo scoppio della seconda Guerra Mondiale, i successivi arrivi in massa degli Ebrei, le navi dei profughi ferme al porto e rimandate indietro, la nascita dei movimenti terroristici ebraici contro il Governo inglese.Storia, ma nello stesso tempo racconto degli stati d’animo all’interno delle colonie, la descrizione della vita regolamentata all’interno delle stesse, gli amori e gli umori degli abitanti, gli umori ed il carattere degli arabi confinanti, le violenze da entrambe le parti, il pilatesimo del governo inglese, il suo voltafaccia quando Hitler arriva al potere…Il tutto senza fronzoli o indugi di sentimentalismo, una scrittura scorrevole e coinvolgente.
 A fine serata è stato estratto colui che decide che si legge a novembre. Stavolta l'onore (e onere) è toccato a Zaffira che ha proposto In fuga della poetessa e scrittrice canadese Anne Michaels.

Ci vediamo il 15 novembre, solito posto, solita ora!


martedì 4 ottobre 2016

La recensione di Claudio! Goffredo Parise e il prete bello.

Il prete bello è stato il libro di settembre. E' uno dei libri preferiti di Claudio (come potete vedere in questo post). Ora, tirare fuori da Claudio una recensione è come tentare di cavargli i denti, senza anestesia. Quando lo fa, però, merita sempre ascoltarlo e leggerlo.

Quindi, dato che è uno dei SUOI libri, gli ho estorto una recensione completa. Eccola qui.

In un’epoca come la nostra dove le categorie spazio-temporali si riducono a un click della tastiera di un pc, leggere Parise può risultare ad alcuni fastidioso, tedioso, insulso, oppure… illuminante.
Questo perché ci rivela un tempo della realtà e della vita, oltre che forma verbale, che poco frequentiamo: l’imperfetto.
Esso inizia nel passato ma non è ancora concluso, risulta sospeso quindi ed è il tempo del ricordo, della contemplazione, della poesia.
Anche all'epoca di Parise, mentre gli altri scrittori italiani (e non solo) erano concentrati sul presente, in prima linea i neorealisti, con Pasolini ad esempio, Parise scriveva all'imperfetto e rappresentava dunque un’anomalia letteraria.
Un’anomalia che spiegava però proprio quell'“imperfezione” che Parise cercava di definire come forma poetica in grado di rappresentare una realtà sospesa tra il ricordo e il presente, tra il sogno e la veglia, tra l'essere e il divenire.
Una realtà quindi non fissa, non fattuale, non propriamente dinamica ma che definirei piuttosto “vibrante”, ed è proprio l’eco di questa “vibrazione”che Parise cerca di catturare.
Come un abile fotografo, Parise coglie l’ attimo saliente dell azione, quello che è in grado di riassumerla meglio di qualsiasi commento o perifrasi.
Così i sentimenti dei personaggi non vengono descritti ma riassunti in uno scatto imprevisto, in un ammiccamento o contrazione del viso, in un atteggiamento o postura anomala e imprevista, come quando si passa velocemente davanti a uno specchio e ci si sente o sorprendentemente belli o tremendamente brutti.
Sembra quasi che i personaggi del libro passati attraverso la descrizione prismatica dell'autore assumano una terza, quarta dimensione che li deforma fino a confonderli con il contesto come in un quadro divisionista vibrante di luce e ombra: appare chiaro che a Parise non interessino le luci o le ombre dei personaggi e delle loro vicende ma il gioco del loro intreccio.
Così nel libro il paesaggio diventa intreccio di case e ballatoi, i tramonti sono invariabilmente color granatina, cioè fusione di rosso e viola, le vie sono intricati vicoli, i sentimenti crogiolo di opposte e vivide passioni in un altalena di euforia e depressione che trasporta le persone come su una giostra impazzita.
L’anomalia, l’imperfezione, la vibrazione (nel senso di “inquietudine”) sono infatti i tratti che meglio definiscono i personaggi del romanzo “Il prete bello”.
Anomalo è Don Gastone rispetto agli altri preti e rispetto al contesto in cui è catapultato, troppo bello, giovane, elegante.
Anomali, imperfetti e inquieti sono anche gli altri personaggi, che all’apparenza sembrano inappuntabili e invece covano frustrazione, rabbia, solitudine, aneliti soffocati, grettezza, meschinità e lascivia, e sono chiusi nella loro corazza, nel loro status, isolati e quindi “anomali”.
L’unico personaggio non “anomalo” nel romanzo è Sergio, il bambino che narra la storia (ovviamente alter ego dello scrittore) perché non contaminato ancora dalle velleità degli adulti. Egli infatti non si muove, non agisce, ma viene comunque trascinato suo malgrado nelle vicende paradossali degli altri protagonisti.
Sergio non è “anomalo” in quanto la sua azione è strettamente legata alla realtà, al soddisfacimento dei bisogni primari, a finire la giornata con un buon pasto e una sana dormita. 
La povertà è conoscere le cose per necessità diceva Parise.
Una specie di Lazzarillo de Tormes quindi che sfrutta le bramosie, gli appettiti e  i pruriti interiori degli altri a proprio vantaggio, un puer-senex che conosce la vita e è disilluso, pietra di paragone che al lettore fa sembrare  ridicola e tragica la farsa dei personaggi del libro.
Sarà proprio la millanteria, la velleità dei personaggi che  decreterà la loro fine: la vanità di don Gastone, la lussuria del sarto, la frustrazione della signorina Immacolata, la superbia del cavalier Esposito, il miraggio di una vita migliore (Cena).
Don Gastone, simbolo di virilità e eleganza, finirà i suoi giorni in un cronicario per sifilitici, deturpato nel fisico e nell'onore, la signorina Immacolata ripudiata si lascierà trascinare nell'oblio della vecchiaia, il cavalier Esposito precipita con tutto il suo onore e la sua latrina pensile, Cena sarà vittima del suo “miraggio” di libertà (la bicicletta). Eppure il senso del romanzo non si conclude nella giusta punizione della vacuità di una parte della società, ma piuttosto nell'amara constatazione che tale vacuità è insita nelle cose, che oggetti e uomini  vivono, si corrompono e muoiono e che il tentativo di opporsi ad essa é vano.
Tutto sotto questo sole è vanità sembra dire Parise, tutto si corrompe.
E le note di questa corruzione rieccheggiano in tutto il romanzo, nei luoghi, negli oggetti, nelle persone e nel loro animo.
Sono i ballatoi caliginosi, i vicoli bui e malsani, le acque limacciose degli stagni, le mobilia impolverate e cigolanti della signorina Immacolata che pare si lamentino della loro sorte, sono i calzini del prete perennemente rammendati o le toppe sui vestiti di Cena e Sergio.
Tutto è passeggero, ed è proprio questo “passaggio”che Parise ci racconta nel libro.
Don Gastone entra in scena come un San Luigi Gonzaga, un Robin Hood e
poi si ridimensiona, si annulla, trascinando con sè lo stuolo di ammiratori e spasimanti, novello pifferaio di Hamelin che però affoga anche lui con i suoi topini.
Parafrasando Cardarelli Parise ci dice
l’idea che ci facciamo d’ogni cosa è cagione che tutto ci deluda. E’ mal sognare il vero, architettar l’ignoto. Il male è nella nostra fantasia che perfetto e mirabile si finge ogni evento, è nell ansiosa attesa del giorno beato, del fortunato incontro che poi ci disinganna.
Ed è proprio il disinganno uno dei temi del libro, il disinganno più spietato, più amaro, presente non solo nelle aspirazioni, negli afflati dei personaggi, ma caratteristico di un’intera società repressa e animata da valori violenti ed effimeri.
L’altro tema del libro è la povertà, intesa sì come mancanza di mezzi ma soprattutto vista in antitesi alla povertà di sentimenti e di valori dei più, come legante sociale che accomuna le persone e ne esalta i legami di amicizia, di amore, di solidarietà; in definitiva, le rende più “vive”, insomma una povertà “ricca”.
Sono infatti i poveri, gli umili che nel libro emergono, perché agiscono insieme, socializzano, perfettamente coscienti della propria dignità, mentre i superbi sono chiusi nel loro astioso isolamento che li condannerà all'oblio.
Altro tema è la libertà intesa come libertà di espressione non solo dei propri diritti ma anche delle emozioni e dai vincoli repressi da  una società disumana e bigotta.
Il “prete bello” è dunque un libro che ci parla dell’importanza dei legami sociali e affettivi, di solidarietà, di umiltà, di compassione ed è quindi ancora molto attuale oggi in una società dominata dall’ego e dall’apparenza.

domenica 25 settembre 2016

Si fa per sorridere... e quattro!

Rilassati amico. Hanno inventato l'aspirapolvere e io sono ancora qui.

Prova a fare questo con il kindle.

mercoledì 21 settembre 2016

Il prete bello e un Italia che non c'è più...

Il libro di settembre è Il prete bello, di Goffredo Parise.
E' stato scritto negli anni 50 del secolo scorso ma è ambientato nel ventennio fascista, qualche anno prima che l'Italia entrasse in guerra. Narra la vita in gruppo di persone che orbitano attorno a un caseggiato di una piccola città del Veneto (Vicenza probabilmente), di proprietà della signorina Immacolata, ricca e raffinata. Non molto raffinati invece gli inquilini del palazzo tra i quali brillano un vedovo con prole il cui principale orgoglio è il WC personale e un nutrito gruppo di zitelle tutte innamorate di don Gastone, il Prete Bello. Le varie vicissitudini dei personaggi sono raccontate da Sergio, 11 anni, che vive nel palazzo con i nonni e con la mamma. Un poco bambino, un poco ruffiano, Sergio nonostante la giovane età ha già dovuto affrontare le difficoltà della vita, la miseria, il freddo e la fame e passa le sue giornate a tentare di mettere assieme qualche soldo, crescendo prima del tempo. Dei vari personaggi conosce vita morte e miracoli e non esita a sfruttare le debolezze di ognuno, soprattutto quelle ormonali delle terribili zitelle che vivono (e sognano) del Prete Bello prese come sono dalla passione. Gli equilibri, soprattutto quelli di don Gastone, sono sbaragliati dall'arrivo, nel caseggiato, di Fedora, giovane, bella e sensuale, che farà innamorare tutti di lei, con conseguenze purtroppo anche tragiche. Nota di colore: dal libro è stato tratto un film, omonimo, diretto da Mazzacurati.

Alla serata eravamo presenti in sei: Zaffira, accogliente padrona di casa, Stefania, Monica, Marilaura, Cristina e Claudio che ci ha viziati portando una voluttuosa torta nassi e cioccolato. Il libro è uno dei preferiti di Claudio e mi ha promesso, prima o poi, una recensione coi fiocchi (EDIT. L'ha scritta, l'ho letta con gli occhi di questa faccia: eccola qui). Nell'attesa che la scriva riassumo brevemente la nostra discussione sul libro che, all'unanimità, giudichiamo molto ben scritto.
Meno ci hanno convinto i personaggi che, come detto da Marilaura, sono spesso poco approfonditi e anche poco simpatici. Monica, che per uno di quei casi che capitano ma lasciano sempre sorpresi ha trovato il libro in bella vista tra quelli lasciati a casa dei genitori secoli fa, ha molto amato il libro (come vedrete dalla sua recensione). Cristina è più critica, soprattutto sulla descrizione della torma di zitelle ottenebrate dalla presupposta passione, soprattutto perché trova il personaggio di don Gastone davvero insipido e poco convincente come oggetto di siffatta ossessione. Pur concordando sull'insulsaggine del Prete Bello (una figura egocentrica e infantile sotto molti aspetti) Monica, Marilaura e Stefania invece trovano la cosa più probabile data l'epoca storica, periodo in cui il prete rappresentava una delle figure chiave del paese, una autorità e un punto di riferimento imprescindibile della vita sociale di una comunità. E le zitelle sono le tipiche beghine di paese, figura che si può ancora incontrare, nonostante il passare degli anni.
Tirando le fila del racconto diciamo che, pur con riserve, il libro ci è piaciuto perché ci ha fatto rivivere un Italia che non c'è più, un mondo piccolo ma proprio per questo riconoscibile, che ci appartiene o appartiene, almeno in parte, al vissuto dei nostri nonni e dei nostri genitori.

Ecco le recensioni che ho trovato:
Monica 4*
Sedotta dal prete bello 
Ci sono dei libri che entrano a far parte della tua vita e vi rimangono per sempre.
Altri che ti accompagnano per il fugace periodo della lettura. Ci sono libri che non puoi fare a meno di leggere e quelli che eviti come la peste per svariati motivi.
"Il prete bello" di Goffredo Parise, per quanto mi riguarda, apparteneva all'ultima categoria.
Poi all'improvviso, eccolo lì, è il libro proposto come lettura mensile ad un piacevolissimo gruppo di lettura e giorno dopo fuoriesce con la sua copertina rossa ed impolverata da uno scatolone pieno di vecchie edizioni tascabili Garzanti.
Ovviamente non può essere un caso! Semmai il caso grave è non averlo letto prima.
Gran bel libro, ben scritto, con quello stile che ti cattura facilmente e accompagna fino alla fine.
Un romanzo corale che mi ha ricordato prepotentemente "Cronache di poveri amanti" di Vasco Pratolini che da ragazzina avevo divorato.
Nella provincia veneta degli anni '30, in un quartiere povero ed in particolare in un caseggiato fatiscente, si muovono Sergio (voce narrante), la sua famiglia, gli amici, le vicine zitelle ed un corollario vario di personaggi particolari e ovviamente Gastone, il prete bello.
Un breve romanzo che fa sorridere, intristisce e che mi ha riportato indietro nel tempo, a certi racconti di vita vera che mi facevano i nonni.
E ora mi è scattato il desiderio di vedere o meglio rivedere con maggiore attenzione i film ispirati a questo romanzo di Parise. Sorridendo mi viene da dire: caspita don Gastone, miracolosamente hai stregato pure me!


Stefania 4*
 Un libro su un'epoca, quella del fascismo e su una condizione sociale, la miseria. Ambientato in un palazzo di una indefinita città veneta, è narrato in prima persona da un ragazzino povero, di padre ignoto, che vive con la mamma e i nonni. Fame, furtarelli, richiesta della carità. I personaggi sono appena accennati e prendono spessore solo alla fine, solo in parte. Tutta la vita del palazzo gira attorno al prete bello, circondato da beghine innamorate, un uomo vanitoso e un po' stupido che fa del bene al protagonista quasi per caso.

Cristina 3*
Per quanto sia sorretto da un'ottima scrittura non riesco a dargli più di tre stelline. I personaggi sono monodimensionali, più macchiette che personaggi, la trama è più un insieme di episodi tenuti (a stento) assieme da alcune figure chiave, il prete sarà anche bello ma quanto è insipido e le zitelle sono insopportabili.
Concordo con chi lo definisce un romanzo picaresco, pieno com'è di personaggi ai limiti che vivono di espedienti, ma mancano, almeno per me, brio e allegria e quella furbizia popolana che tutto si fa perdonare. Resta la fame, quella che hanno patito i nostri nonni e i nostri padri, che fa comprendere molte cose, e una sensualità che pervade tutto il libro, sempre sottintesa ma molto presente. Su tutti Fedora, che della sensualità narrata nel libro si fa corpo rigoglioso, bramato, e alla fine anche "redento" dalla capacità di amare che, unica, dimostra. Il resto è un misto di ossessioni, miserie, qualche timido tentativo di lieto fine e una tragedia finale. Inattesa, ma l'ultima parte per me è splendida. Nella prima un poco ho arrancato.


Prossimo incontro martedì 11 ottobre, a casa di Zaffira.
Libro del mese, anche stavolta scelto da Claudio ma con regolarissima estrazione alla cieca è: Ladri nella notte di Arthur Koestler.